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09

Mag
2020

Paolo Braga, 60 anni da artista del baseball

Pitcher estroso e raffinato, uno dei protagonisti tra i lanciatori della storia del Milano (terzo per riprese lanciate e strikeout in rossoblù di tutti i tempi) Paolo Braga festeggia le 60 primavere nella sua Courmayeur dove unisce l'arte della cucina alla passione della montagna: "Sono un privilegiato, ma non smetterò mai di ringraziare il baseball. Non c'è niente come lo sport di squadra che sappia creare grandi amicizie. Una vita con Marco Omiccioli, ma ho sempre nel cuore quel Milano dove sono cresciuto con tanti compagni, da Giulianelli a Mazzotti e poi Allara, Borroni, Brusati, i fratelli Re amici di sempre. Con Cameroni e il suo baseball ci siamo divertiti, Passarotto un fenomeno assoluto, Paganelli mi ha insegnato tanto. Emilio Lepetit personaggio straordinario: sembrava che vivesse sulla luna ma amava il nostro sport come pochi. Che ricordi in Olanda con gli Allievi del Milano... E le trasferte a Nettuno: su quel pullman succedeva di tutto. E vi racconto quando uscii senza documenti dall'Argentina di Videla...".

Dal monte ai monti, dal piatto ai piatti. La storia di Paolo Braga è fatta di due vite: la prima milanese con il baseball che l’ha visto protagonista per una dozzina d’anni con la maglia del Milano, la seconda  valdostana fatta di amore per la montagna, per lo sci, per il ciclismo ma anche per la cucina e la ristorazione che è diventata la sua attività principale soprattutto negli ultimi vent’anni, da quando cioè gestisce il ristorante Chiecco a Plan Checrouit, sopra Courmayeur, dove Paolino accoglie sciatori e amanti della montagna tra un flan, un filetto e una tagliata di cervo, con il gusto e l’eccentricità che hanno sempre contraddistinto il personaggio. E adesso anche i 60 anni sono arrivati proprio quassù dove Paolo riesce a sfuggire al rigore della clausura arrampicandosi sulla montagna per raggiungere quasi quotidianamente il suo locale: “Sì, in realtà io non ho mai fatto isolamento, perché avevo il permesso per salire al ristorante anche durante la chiusura. Potevo farmela a piedi o in motoslitta, ma almeno uscivo di casa. Per il resto tanti film e tante pedalate sui rulli; ho fatto più di 700 chilomteri. Certo la chiusura anticipata della stagione invernale ci ha danneggiati proprio nel pieno dell’attività, ma pazienza…”

Tu ormai vivi lì da anni, sei valdostano d’adozione.
“Sì, abito ad Entreves, dove c’è l’imbocco del tunnel del Bianco, da una ventina d’anni. E prima sono stato per altri dieci a Greessoney. Nel 2000, quando lavoravo sulle barche a vela, un amico mi ha segnalato che c’era la possibilità di rilevare la gestione di un ristorante a Courmayeur: io prima sono venuto a lavorarci per un anno, poi l’ho preso. E devo dire che sono soddisfatto: in fondo ho potuto unire la mia passione per la montagna con quella per la cucina. Certo, non sono uno stakanovista: io non ho mai amato tanto il lavoro…, però qui posso fare anche tante altre attività, bici, mountain bike, scio quasi tutti i giorni finchè c’è neve. Insomma posso dire di essere un privilegiato”.

Questo oggi, ma festeggiare 60 anni (Paolo Braga è nato a Milano il 9 maggio del 1960) vuol dire ripercorrere la carriera di uno dei pitcher che si colloca nei primi posti di tutte le classifiche della nostra società, l’unica per cui ha giocato tra il ’76 e l’87: terzo come riprese lanciate (826, dietro Passarotto e Piazzi), e per strikeout (600, sempre dietro Piazzi e Passarotto) e quarto nelle partite vinte (62, preceduto anche da Folli), 191 presenze in maglia rossoblù persino con un fuoricampo al suo attivo, nell’unica stagione giocata in serie B, in una partita vinta a Codogno 16-2.

Dunque Paolo, come sei arrivato al baseball in una città come Milano?
 “Ovvio che mi avresti fatto questa domanda… L’ho scoperto perché alle medie, a 11-12 anni, avevo un compagno, Andrea Busnelli, che era appassionato, maniaco di tutte le cose americane, dall’abbigliamento allo sport. Così un giorno arrivò con mazza e guantone e mi portò a giocare con altri compagni, Michele Barro, Lorenzo Clerici, ai giardinetti di fianco al liceo Beccaria. E così il baseball ci prese a tal punto che passavamo i pomeriggi da Brigatti a guardare tutte le mazze e i guanti che erano in vendita”.

Passione ai limiti del feticismo…
“Ai limiti? No, no, pieno feticismo. Finchè qualcuno ci disse che il Milano faceva delle selezioni, delle leve per ragazzi che volevano giocare a baseball. Ci presentammo al Giuriati dove c’era Goldstein che dirigeva le operazioni: formavano le squadre gialla, rossa, blu e alla fine scelsero i migliori per andare a giocare nella squadra Ragazzi del Milano. Così mi ritrovai, oltre che con i miei compagni, con Guido Koelliker e con Marco Omiccioli che ai tempi voleva fare il lanciatore, perché tirava forte, mentre io dovevo fare il suo catcher. Finchè un giorno gli chiesi di invertire i ruoli e lì sentii subito che la pallina  mi apparteneva. Una sensazione di feeling completo, come poi ho provato solo nello sci e nello squash. Quando cominciai a lanciare mi sembrava una cosa che avevo sempre fatto, che era dentro di me. Così nei successivi allenamenti mi misi a lanciare e sia Goldstein che De Regny mi promossero in quel ruolo. Anche se in verità a me piaceva soprattutto battere perché, diciamolo, il baseball è quella cosa lì: prendere la mazza e fare i fuoricampo. Come uno che gioca a calcio vuole fare i gol”.

E così comincia l’avventura nel Milano,con tutta la trafila nelle giovanili…
“Sì, con il momento più esaltante nella famosa trasferta olandese organizzata dal papà di Guido Koelliker, Alberto, che poi sarebbe diventato anche nostro presidente. Ci portarono prima in una base Nato in Germania, poi in Olanda dove scoprimmo gli ostelli della gioventù. E per noi ragazzi che andavamo all’estero per la prima volta era come scoprire un altro mondo. Pensa solo alle ragazzine olandesi che avevamo trovato all’ostello…Per noi era un mondo al di là da venire, un’esperienza di vita, un’iniziazione, tornammo praticamente euforici e devastati. Poi affrontammo il Bollate nella finale regionale con Radaelli sul monte che era già grande il doppio di noi, e non abbiamo visto palla…”.

Ma tu che giocatore sei stato? Come ti descriveresti?
“Indisciplinato. Se avessi avuto la voglia di far fatica che ho oggi, sarei arrivato molto più lontano. Mi piaceva correre, ma per il resto vivevo solo di talento. A 18-20 anni se c’era da scegliere tra l’allenamento e la ragazzina, io ero sempre per la seconda soluzione. Insomma credo di essere stato un talento sprecato. E nello sport hai sempre bisogno della testa. Anche se ai tempi il baseball era molto meno fisico di oggi e c’era gente che giocava alla grande senza nemmeno fare allenamento: in questo il numero uno era Carlo Passarotto. Ma c’erano molti giocatori che facevano cose straordinarie senza avere fisici particolari, basti pensare a Mike Romano… Certo, c’erano anche grandi atleti come  Castelli, come Cherubini, ma potevi emergere anche senza essere alto 1 e 90”.

Che ricordo hai del tuo Milano?
“Dipende: sotto l’aspetto umano o sportivo? Dal punto di vista umano ripenso alla grandissima passione che animava gli allenatori, i dirigenti, tutti quelli che organizzavano e lo facevano per puro piacere. Chi perché genitore, come Koelliker, come papà Omiccioli, chi perché ex giocatore come Donnabella, come Lepetit, gente innamorata di questo sport. Mi ricordo le trasferte in pullman in cui si cantava continuamente, momenti goliardici, una festa continua. E poi l’anno del militare a Orvieto con Trinci, con Radaelli, con i viaggi in treno. Giocare a baseball voleva anche dire convivere con persone molto diverse da me, ma devo dire che quegli anni per me erano stupendi. Molti si stupiscono quando parlo di meravigliosi anni Settanta, eppure per me lo erano. Nonostante tutto. Ma devo ringraziare il baseball e la squadra in cui ho giocato perché ha saputo tenermi a bada in un periodo in cui era facile perdersi…”.

E dal punto di vista sportivo?
“Beh il baseball è uno sport che non ha mai avuto popolarità da prime pagine dei giornali. Per cui non c’era pressione, che nello sport spesso distrugge l’entusiasmo. Cosa che io ho sempre avuto, perchè ero innamorato del baseball. La svolta per me è stata la convocazione nella Nazionale juniores per i Mondiali in Argentina. Lì ho capito che il baseball aveva un orizzonte più ampio delle figurine o delle storie dell’America che raccontava Marco Giulianelli… A 17 anni ho preso l’aereo e sono andato a giocare in Sud America. Tra l’altro in Argentina erano i tempi della dittatura e io ero consapevole di questa situazione. Però poi a Buenos Aires la vita sembrava normale, in Plaza de Mayo vedevi i ragazzi che giocavano a pallone, anche se lì dietro c’era la famigerata caserma dove torturavano la gente… Ricordo anche che conobbi una ragazza che lavorava come interprete nell’organizzazione del Mondiale, diventammo amici e a fine torneo, prima di ripartire, ricordo che passai la sera a casa sua dove dimenticai niente meno che il passaporto. Così il giorno dopo in aeroporto c’è stato il panico… Per fortuna in qualche modo riuscirono a farmi imbarcare, ma resta il fatto che posso dire di essere una delle poche persone ad essere uscito dall’Argentina di Videla senza documenti…”.

Ricordi i tuoi debutti, in prima squadra e in serie A1?
“No, in prima squadra no, però avevo 16-17 anni, giocavamo in A2, c’era sicuramente Marco Omiccioli a ricevere, Mauro Mazzotti in seconda, Carlo Passarotto interbase… Il debutto in A1 fu invece da choc: prima giornata contro il Parma, la seconda a Rimini… Insomma mi sono trovato di fronte i battitori più forti del momento e io, pur perdendo, ricordo che feci delle buone partite. Ma tirai sempre nove inning, cento e passa lanci per partita che per un ragazzo di 18-19 anni non era il massimo”.

C’è una partita indimenticabile nella tua carriera?
“No. Forse una in A2 in cui feci 14 o 15 kappa. E poi ricordo quando misi strike out Castelli. Ma io in fondo non ho mai vinto niente, non ho grandi trionfi da ricordare. E poi il mio Milano non era certo tra le squadre più forti del campionato. Ricordo solo che quando ho affrontato il Parma per la prima volta i primi sei del line up erano giocatori pazzeschi… Io ho debuttato nel Milano che si era appena auto retrocesso, certo se avessi giocato due anni prima mi sarei trovato in un’altra squadra, l’ultima Europhon, dove fino al settimo in battuta erano sopra il 300 di media. Noi invece faticavamo a fare punti, facevamo un baseball speculativo, almeno finchè non sono arrivati grandi americani come George Dummar. Però ricordo che con Gigi Cameroni ci divertivamo, perché lui si esaltava  a fare quel baseball”.

A poroposito, qual è l’allenatore che ti ha dato di più?
“Il problema non è quello che mi hanno dato, ma quello che prendevo… perché non ero uno stinco di santo. Certo ricordo il periodo con  Gigi che è stato straordinario. Lui era un grandissimo conoscitore del baseball anche se forse aveva una visione un po’ antica, mentre noi eravamo già in un periodo di transizione tra il vecchio baseball e quello molto più fisico di oggi. Io il primo preparatore atletico che ho visto è stato Mazzotti, con le sue tabelle, ma prima di allora ci si allenava senza questi metodi. Ecco, devo dire che Paganelli, come pitching coach, è quello che mi ha insegnato di più, lavorando molto sull’aspetto mentale”.

Da ragazzo avevi un idolo?
“Beh io ho cominciato a vedere le partite quando ho cominciato a giocare, a dodici anni. E ricordo quel Milano con Ivan Cavazzano, con Novali… Il Kennedy pieno, la gente anche fuori dalla rete, i riflettori. Insomma anche a fare il raccattamazze davanti a tutta quella gente ti sentivi una star. Poi purtroppo i problemi economici hanno ridimensionato tutto”.

Il compagno ideale?
“Tanti, non ho mai avuto problemi con nessuno, non sono mai stato invidioso. Forse devo dire la persona con cui sono cresciuto, con cui da bambino vivevo quasi  24 ore al giorno, ovvero Marco Omiccioli. Che poi è anche la persona con cui ho litigato di più: ci picchiavamo in continuazione, anzi a dire il vero era lui che picchiava me perché era più grosso. Una bellissima storia che solo Truffaut con Jules e Jim avrebbe potuto raccontare… Poi però sono stato amico anche di tanti giocatori di altre squadre, penso a Leo Schianchi che vedo ancora perché ci accomuna la passione per la bici. E poi devo dire Paolo e Luigi Re con cui siamo legati da una vita. D’altra parte non c’è niente che ti lega come lo sport, soprattutto lo sport di squadra. E’ pazzesco, è il collante affettivo più grande. Se penso a Borroni, a Brusati… tutti ragazzi che mi sono rimasti nel cuore; ancora adesso, quando ogni tanto ci capita di vederci, sembra che siamo appena usciti dal campo. Recentemente, purtroppo al funerale di Paolo Cherubini, ho rivisto Angelo Nicolini che non vedevo da 25 anni, ma sembrava che ci fossimo parlati il giorno prima… E’ l’alchimia dello sport”.

Il tuo campo preferito?
“Beh mi piaceva quello di Opicina, a Trieste. Incassato nella montagna, sicuramente il più curioso. Poi mi piaceva Nettuno,perché sembrava di entrare nell’arena dei romani, con in mano un frustino contro i leoni. Se giocavi bene lì, non dico se vincevi, tornavi inorgoglito. Con tutta quella gente che urlava in quella lingua strana, che non era nemmeno romano, con fuori le vene del collo… E noi spesso a Nettuno abbiamo fatto delle grandi partite. Penso che fosse un po’ come per un calciatore andare a giocare alla Bombonera”.

La trasferta più bella?
“Quelle più lontane. Perché si stava tanto in pullman, con quell’autista di Bollate, Cattaneo… Su quel pullman succedeva di tutto, soprattutto al ritorno”.

Facciamo la squadra ideale dei tuoi compagni.
“Mi metti un po’ in imbarazzo perché sicuramente c’è gente che non ricordo… sai l’età…Allora vado senza ordine di ruoli e parto per forza da Allara esterno centro. Poi Luigi Re o Marco Omiccioli catcher, il primo ricevitore molto “di testa” ti faceva stare tranquillo, Marco invece sempre molto competitivo. Poi Passarotto: lanciatore o interbase, un fenomeno assoluto. In terza Lenny Randle: giocare con uno del suo livello per me era persino imbarazzante. Poi George Dummar: pitcher o prima base, ma soprattutto battitore pazzesco. In seconda Mauro Mazzotti, sono cresciuto con lui, in seconda era fortissimo,peccato che fosse un po’ cattivo… tante volte non pensava che le sue azioni potessero fare danni a qualcuno. Poi penso a un lanciatore come Palo Re, un altro terza base come Borroni. E poi in seconda anche Brusati, un fenomeno, l’unico uomo che non ci vedeva ma batteva come un pazzo… E poi tra gli americani anche Phares, soprattutto grandissimo coach”.

La squadra in cui avresti voluto giocare?
“Il Parma dei miei tempi. Anche perché mi piace molto la città: io amo quelle di provincia”.

Il battitore che ti creava più problemi?
“Quasi tutti… Ma io ero il massimo dell’incoscienza: non pensavo mai a chi avevo di fronte. Schianchi, per esempio, mi ha sempre massacrato: lui così lungo mi andava a prendere anche lo slider in ball. E me lo rinfaccia ancora”.

Il miglior battitore italiano?
“Giorgi Castelli, anche  se io l’ho affrontato solo per un paio di stagioni. Ma allora tra Parma, Rimini, Nettuno, Bologna c’era poco da scherzare. E poi è arrivato anche il Grosseto… e con il battitore designato ti trovavi una buona mazza in più da affrontare”.

Il miglior pitcher italiano?
“Cherubini e Radaelli. Ma vogliamo parlare di Passarotto che a 40 anni abbondanti ha sfiorato la Nazionale?”.

Lo straniero che ti ha colpito di più?
 “Remmerswaal, l’olandese del Parma. Come quello ne ho visti pochi. E poi Mike Romano, un altro Passarotto”.

I tre personaggi simbolo del baseball italiano?
“Gigi Cameroni e Giancarlo Mangini sicuramente. Poi fammi mettere Emilio Lepetit, a cui sono sempre stato legatissimo: sembrava sempre che scendesse dalla luna, in un mondo come il nostro, ma sempre animato da tanta passione e tanto amore per questo sport. Un uomo di una signorilità fuori dal comune”.

Lo sportivo che ammiri di più?
“Come atleta e come uomo Roger Federer. Il più grande, per talento, professionalità, classe”.

La squadra per cui tifi negli altri sport?
“L’Inter, che discorsi…”.

E nel baseball Usa?
“Non so nulla. Ogni tanto vedo qualche partita e mi piacciono sempre tanto, ma non ho preferenze. Apprezzo il gioco”.

Ultima cosa: c’è un evento sportivo che ti ha emozionato in modo particolare?
“Non uno in particolare. Ma penso per esempio a un Superbowl di un paio d’anni fa con Tom Brady: noioso eppure emozionante. E  pou l’ultimo Wimbledon di Federer, ogni tanto me lo riguardo, è terapeutico. Così come certi slalom di Alberto Tomba o la vittoria di Pantani all’Alpe d’Huez quando conquistò il Tour distruggendo Ullrich in due tappe…”.

Grazie Paolo, è sempre piacevole rileggere quegli anni con te.
“Grazie a voi. Vi aspetto a Courmayeur”.

 

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