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03

Mag
2020

Giulio Sueri, 70 anni, tanto baseball e un colpo di teatro

Il catcher parmigiano che giocò nel Milano anni Settanta festeggia le 70 primavere sul lago Maggiore dove vive e lavora da anni. "Il baseball mi ha fatto trasferire da Parma a Milano e rappresenta 20 anni della mia vita. Che cosa mi manca di più? Gli amici di quegli anni. A Parma giocavo a baseball d'estate e a rugby d'inverno, poi la Norditalia mi ha offerto un lavoro e sono venuto a Bollate. Anche perchè alla Bernazzoli avevo davanti un cero Castelli... Al Milano il periodo più bello, ho fatto anche il manager per qualche partita e ho allenato le giovanili. Pellacini il tecnico che mi ha fatto crescere, Cameroni più un amico che un allenatore, quando ha lasciato il Bollate sono venuto via anch'io. Cherubini e Fontana i compagni ideali. Adesso ho un nuovo hobby che mi ha preso completamente: recito a teatro in una compagnia dialettale".

Settant’anni con vista lago. Ma non è ancora il momento di mettersi su una panchina, perché Giulio Sueri a 70 primavere è ancora in piena attività e con la sua agenzia di assicurazioni non si è fermato nemmeno in tempi di pandemia. Tutti a casa e lui in ufficio: “Ma lo faccio con tranquillità, perché il lavoro mi piace ancora e non saprei stare a casa a far niente… Anche se gli impegni famigliari non mi mancano, sono anche nonno… Però anche oggi sono qui, nel mio ufficio, con davanti qualche foto di quando giocavo…”. Insomma, lavoro, famiglia, l’hobby più recente del teatro e il ricordo lontano di vent’anni di sport che non si cancellano per questo emiliano nato a Fiorenzuola d’Arda il 3 maggio del 1950, cresciuto a Parma e approdato a Milano agli inizi degli anni Settanta per poi passare il resto della vita a Laveno Mombello, sul lago Maggiore sponda lombarda. Una carriera sui diamanti passata tra Parma, Bollate, Milano e Novara, 13 stagioni in serie A come catcher, prima e terza base, 135 presenze nel Milano tra il ’74 e l’81 con un breve periodo anche da allenatore nel finale della stagione 1980, dopo le dimissioni di Carlo Passarotto, e poi qualche anno anche come tecnico delle giovanili.

Ma facciamo un bel salto indietro: caro Giulio, come sei arrivato al baseball?
“Semplicemente perché è uno sport che a Parma giocavano tutti. Era difficile che un ragazzo di dodici-tredici anni non venisse coinvolto, anche perché c’erano tre-quattro società che facevano l’attività giovanile. E io ho cominciato proprio dalle giovanili della Tanara, facendo quella che ai tempi si chiamava Babe Ruth league, a dodici anni. E da lì ho fatto tutta la trafila delle giovanili fino al passaggio in serie C e alla serie B con la Bernazzoli, per arrivare alla promozione in A e alla fusione delle due squadre parmigiane. Nel ’68 ho debuttato in prima serie, giocavo catcher ma anche in prima o in terza e sono rimasto a Parma fino al ’71 quando ho fatto il militare e contemporaneamente sono stato ceduto al Bollate, assieme a Bolsi, in cambio di Bertoni. Alla Norditalia serviva un catcher e a Parma avevo davanti un certo Castelli… ”.

Nel ’74 invece approdi al Milano. Che ricordo hai di quell’Europhon?
“Un ricordo molto bello, perché il Milano era una squadra molto professionale, sicuramente c’era un salto di qualità rispetto alle esperienze che avevo avuto prima. E ricordo soprattutto l’impatto con quel gruppo che mi è piaciuto molto, l’ottimo rapporto con tutti compagni”.

La tua stagione milanese è stata però interrotta dalla parentesi al Novara.
“Sì perché nel ’76 il Milano aveva dovuto rinunciare alla serie A per motivi economici e io andai un paio di stagioni a Novara, dove tra l’altro ho trovato la moglie… un bel periodo anche quello novarese, poi però quando il Milano è tornato in prima serie sono rientrato nell’Edilfonte dove ho chiuso la mia storia sportiva. Chiudendola tra l’altro in un modo indimenticabile, perché cinque giorni dopo essermi sposato siamo andati a giocare l’ultima giornata a Grosseto, dove ho finito la mia carriera in serie A con un’espulsione. Per giunta da allenatore, perché nell’ultima parte della stagione ero diventato anche manager della squadra. Insomma ho chiuso proprio bene… E pensa che nella mia carriera sono stato espulso solo due volte. La prima tra l’altro in diretta televisiva con la mia futura moglie che aveva chiamato anche suo padre davanti alla tv per fargli vedere lo sport che facevo…”.

Torniamo alla tua prima squadra: raccontaci di quel Parma.
“Era una squadra in cui c’era tanta gente molto forte, perché di fatto avevano fuso il vecchio gruppo della Tanara con i giovani della Bernazzoli che aveva vinto il campionato di serie B. Ma per noi quella fusione non fu un problema, anche perché il gruppo Bernazzoli in un paio d’anni di fatto rimpiazzò tutti i vecchi giocatori e diventò l’ossatura del Parma. In pratica giocavo ancora con tutti i ragazzi con cui ero cresciuto, a partire da Giorgio Castelli. Io all’inizio giocavo quasi sempre catcher, poi però dovetti lasciargli il posto e giocai tanto in prima e in terza finchè mi hanno ceduto alla Norditalia. A Bollate mi sono trovato bene, anche perché c’era lo stesso pubblico caldo che avevamo a Parma e che poi è stata la cosa che mi è mancata di più quando sono passato al Milano. Al Kennedy, anche quando c’era tanta gente, non erano mai passionali come a Parma o a Bollate dove i giocatori erano riconosciuti anche per strada… Certo, a Milano, solo per le dimensioni della città, sarebbe stato impensabile. Ma alla fine mi è rimasto questo cruccio: non tanto per la popolarità, di cui sinceramente mi fregava poco, ma per il calore del tifo”.

Del Bollate che cosa ricordi?
“Alla Norditalia arrivai nel ’71 in un momento per me un po’ particolare, perché stavo facendo il militare ed era appena morta mia mamma. E siccome io fino a quel momento giocavo a baseball d’estate nella Bernazzoli e a rugby d’inverno nel Cus Parma, chiesi ai due club di trovarmi un posto di lavoro. Dicendo che mi sarei dedicato allo sport che mi avrebbe risolto questo problema, lasciando inevitabilmente quell’altro. Nessuna delle due società riuscì a darmi una soluzione, ma la Bernazzoli mi offrì l’opportunità di andare a Bollate dove la Norditalia garantiva posti di lavoro ai suoi giocatori, rendendoli di fatto semiprofessionisti. E infatti alla Norditalia andarono a lavorare in molti, da Teddy Silva a Gianni Bortolomai, da Gianni Clerici ad Angelo Fontana, a tanti altri. Bollate ha rappresentato quindi un cambio di vita, una svolta professionale. E poi c’era Gigi Cameroni allenatore che mi è sempre stato molto vicino, tanto è vero che quando tra Gigi e la Norditalia sono scoppiati i problemi, anch’io decisi di lasciare il Bollate sperando di seguire Cameroni. E invece mi ritrovai al Milano, anche se ero stato in trattativa pure con il Grosseto”.

Dunque giocavi anche a rugby. Ma riuscivi a conciliare i due sport?
“Sì, in fondo le stagioni erano complementari. Certo non mi fermavo mai… Ma avevo anche 18-19 anni, probabilmente non avrei potuto continuare così. Ma finchè sei studente ce la fai”.

E in che ruolo giocavi?
“Ero pilone. Ma era un rugby totalmente diverso da quello di oggi… Adesso quando guardo le partite mi sembra quasi un altro sport”.

Torniamo al baseball: c’è una partita indimenticabile nella tua carriera?
“Guarda, una con il Milano, ma non riesco a ricordare contro chi giocavamo. La ricordo perché all’ultimo inning eravamo sotto di 2 punti con 2 out, le basi piene e il mio turno nel box. Ho battuto un doppio e abbiamo vinto la partita. Ma ricordo anche che allora ci toccava raccogliere le mazze a rotazione a fine partita e quella volta, in cui avrei potuto uscire raccogliendo un po’ di gloria tra i tifosi, toccò proprio a me fermarmi in campo a recuperare il materiale… E poi ricordo anche un’altra partita da allenatore, perché feci scendere dal monte Lou D’Amore sostituendolo con Paolo Braga e l’americano a momenti mi mangia vivo…”.

A proposito di allenatori: chi è quello a cui devi di più?
“Guido Pellacini in assoluto. Ha iniziato a seguirmi nelle giovanili e mi ha fatto crescere, portandomi dagli Allievi fino alla prima squadra. Guido è sempre stato gentile con me, un uomo squisito, pacato. Ed è anche il tecnico con cui ho vinto di più: cinque campionati giovanili e poi quelli di serie C e di serie B. Poi Cameroni mi ha affinato, ma Guido è quello da cui ho imparato a giocare. Gigi alla fine l’ho vissuto più come amico che come allenatore. E in seguito mi sono trovato bene anche con Phares, con Guilizzoni…”.

Avevi un idolo da ragazzo?
“No, non ho mai avuto idoli in assoluto, tanto meno nel baseball. Certo, ricordo quando da ragazzo vedevo le partite del Parma. Ricordo quando veniva al Tardini l’Europhon di Goldstein, di Novali… devo avere ancora qualche loro autografo”.

 Il compagno ideale?
“Come ricevitore devo dire Paolo Cherubini, che era un po’ matto, ma un ragazzo onesto, sincero, uno che dava tutto in ogni partita. Come amicizia mi sono trovato benissimo con Angelo Fontana, con cui abbiamo fatto molta strada insieme anche sul lavoro. Un rapporto che andava ben oltre il campo da gioco”.

La più bella soddisfazione che ti resta di tanti anni di baseball?
“Quella di aver mantenuto un fisico sano… (ride, ndr). Mah, non saprei dirti: il baseball ha rappresentato vent’anni della mia vita, ma adesso ne sono lontano da tanto tempo e purtroppo vivo in una zona dove questo sport non esiste assolutamente”.

Ma che cosa ti manca del baseball?
“Forse gli amici degli anni migliori, quelli dei tempi del Milano che purtroppo ormai vedo molto raramente. Tante volte mi spiace non poter venire nemmeno alle cene che organizzate, come quelle del premio Donnabella che ricorda una grande persona, un dirigente che ha dato moltissimo e ha salvato il Milano in uno dei suoi momenti più difficili. Però un po’ mi sono impigrito e un po’ sono preso dall’hobby che mi ha appassionato negli ultimi anni: recito in una compagnia di teatro dialettale. E pensa che uno degli ultimi amici del baseball che ho visto è stato Giancarlo Folli, proprio perché è venuto a vedere un nostro spettacolo…”.

Ma come: un emiliano che recita nel teatro dialettale lombardo? Hai dovuto imparare la lingua…
“Mah, mi fanno fare delle parti in cui si parla in italiano. Magari faccio il prete che non parla in dialetto…”.

Dai teatri agli stadi: qual era il tuo campo preferito?
“Il  Falchi mi piaceva moltissimo, ma anche Rimini. Non mi piaceva il Kennedy e non mi piaceva nemmeno Bollate, nonostante l’avessi progettato io”.

Cosa vuol dire che hai progettato il campo di Bollate?
“Sì, mi avevano assunto in Norditalia da geometra e non avendo niente da farmi fare mi chiesero di disegnare la nuova sistemazione del campo da baseball. Così ho studiato il nuovo orientamento del diamante, spostando casa base più indietro possibile rispetto alla strada”.

La trasferta che ti piaceva di più?
“Ti dico quella che mi piaceva di meno, ovvero Nettuno. Perchè mi prendevano per il culo… Mi piaceva invece Grosseto,perché erano agguerriti, ma non esagerati”.

Facciamo la squadra ideale dei tuoi compagni di squadra?
“Sì, ma più che per tecnica la farei per simpatia. Sul monte ovviamente Paolo Cherubini. Catcher metto Ivan Cavazzano, sicuramente più coinvolgente di Giorgio Castelli. Ma voglio ricordare anche Marco Omiccioli che ho visto crescere. In prima Fontanini, un lodigiano simpaticissimo. In seconda Lele Crippa, interbase Fradella, in terza vorrei starci io perché mi piaceva molto giocare in quel ruolo. Ma lascio il posto a Bonfonte, un vero bufalo. Esterni Angelo Fontana per affetto, Pierino Allara perché come si fa a lasciarlo fuori?  E poi ci metterei Grillo Giulianelli. Ecco, con loro farei la squadra dei veri amici. In fondo ci siamo trovati qualche volta a giocare anche le partite degli ex…”.

Il lanciatore che ti faceva soffrire di più?
“Tutti. Io non ero un gran battitore. Certo mi mandavano in crisi i lanciatori di curve lente… Probabilmente uno come Paolo Braga non l’avrei mai battuto, per fortuna l’ho sempre avuto con me”.

E il miglior pitcher italiano?
“Della mia epoca sicuramente Bertoni”.

Il miglior battitore?
“Giorgio Castelli. Tanto di cappello”.

Lo straniero che ti ha colpito di più?
“Jim Fradella: serio , bravo, disponibile, forte. Non eccelso in assoluto, ma una grande persona, un vero uomo squadra. Non spiaccicava una sola parola di italiano, ma sapeva essere un leader”.

C’è una squadra in cui ti sarebbe piaciuto giocare?
“Direi il Milano…”.

A fine carriera hai fatto per qualche anno il tecnico delle giovanili, proprio nel Milano. Che ricordo hai?
“Un bel ricordo anche in questo caso, perché devo dire che l’ho fatto con passione. E ricordo anche con buoni risultati se pensi che ho portato alle finali nazionali a tre, con Parma e Nettuno, la squadra Allievi del Milano. E per le giovanili lombarde andare così avanti era un bel successo”.

Se ti chiedessi i tre personaggi simbolo del baseball italiano…
“Uno è Gigi Cameroni, non ci piove. L’altro è Aldo Notari che magari i giovani non conoscono ma che all’epoca fece tanto per il baseball, prima a Parma, poi per la federazione. E forse il terzo è Giorgio Castelli, uno che avrebbe potuto giocare tranquillamente in America, per la sua forza, per la sua classe: per dodici-tredici anni è stato il miglior giocatore del panorama italiano”.

C’è una squadra per cui tifi al di fuori del baseball?
“Da ragazzino ero milanista, poi mi sono dedicato al baseball e non ho parlato più di calcio… Adesso direi la Ferrari, la Formula 1 mi piace sempre molto”.

Uno sportivo che ammiri o hai ammirato?
“Sono rimasto ai tempi di Gianni Rivera”.

E nel baseball Usa per chi tifi?
“Los Angeles, per forza: sono stato con loro per un mese… Gigi Cameroni, ai tempi della Norditalia, riuscì a mandare un gruppetto ad allenarsi con loro, così partimmo io, Gandini e il povero Sergino Marazzi, accompagnati da Gessaghi. Per noi fu un’esperienza inimmaginabile, perché ci allenammo per due settimane con i Dodgers di Major league e poi con le squadre di minor. Certo, loro rimasero un po’ delusi… ma dissero che sapevano che non sarebbe arrivato proprio il meglio del baseball italiano… D’altra parte per noi era come se adesso tre ragazzi che giocano a calcio potessero andare ad allenarsi tutti i giorni a Milanello con il Milan o ad Appiano con l’Inter”.

 E, a parte questa parentesi indimenticabile, c’è un evento sportivo che ti ha emozionato particolarmente?
“Come per tutta l’Italia che ha potuto viverla, devo dire il famoso Italia-Germania 4-3 dei Mondiali in Messico. Una cosa unica, io poi la ricordo in modo particolare perché la stavo seguendo a casa di amici e all’improvviso si guastò il televisore, così abbiamo dovuto prendere la macchina e andare a casa di altra gente… per fortuna ci sono stati i supplementari”.

Grazie Giulio, ancora tantissimi auguri e quest’anno cerca di battere anche la pigrizia. Ti aspettiamo al Premio Donnabella…

 

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