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20

Mar
2020

Aldo Cardea, 80 anni con via Rossetti nel cuore

Compleanno in isolamento ai tempi del Coronavirus, ma Aldo Cardea si consola: "Invecchierò dopo... Sono fuori dal baseball da tanti anni, ma è stato una parte importante della mia vita. Da ragazzino avevo il campo di via Rossetti sotto casa: giocavo dalla mattina alla sera e ci ho rimesso anche un anno a scuola. Mio padre mi spedì dai parenti a Reggio Calabria e fondai una squadra anche là. Che ricordi gli Europei con la Nazionale nel '72, la coppa Campioni con l'Europhon, i derby di Milano.... Quando Beneck voleva darmi un milione al mese per andare alla Lazio... Ho chiuso con il baseball a Torino: ho portato una squadra di ragazzi in serie A, ma che ambiente pieno di rivalità... Mio fratello Ezio? E' stato lui a seguirmi, anche se è maggiore di me... Cameroni e Mangini due fari del nostro sport. Non ho fatto niente di eccezionale nel baseball ma ho vissuto forse gli anni migliori".

Può bastare un compleanno per farci tornare a parlare di baseball, per riempire questi giorni di vuoto pneumatico. Lo spunto ce lo dà Aldo Cardea, protagonista degli anni Sessanta ma da molto tempo fuori dal giro del nostro sport, contrariamente al fratello Ezio sempre presente sulla scena dal vivo e via social. Certo, tagliare il bel traguardo degli 80 anni e non poterli festeggiare, non è proprio il massimo. Ma Aldo cerca di trovare un lato positivo anche a questa situazione: “Il momento è un po’ antipatico, ma forse è meglio così: rinvierò ogni festa in attesa di tempi migliori, così invecchierò più tardi…”.

Cardea risponde dall’isolamento nella sua casa di Torino dove ormai vive da cinquant’anni, ma il suo cuore e i suoi ricordi sono rimasti legati anche a Milano, città che per lui significa anche baseball. Cresciuto nell’Ambrosiana, Aldo è stato per anni una colonna dell’Inter, ma ha giocato per un anno - il 1963 - pure nel Milano, dove si trasferì con il fratello Ezio per poi tornare sull’altra sponda del baseball milanese prima di chiudere la carriera alla Juve di fine anni Sessanta e, da allenatore-giocatore, al Torino dei primi anni Settanta. Terza, ma soprattutto seconda base, e all’occorrenza anche esterno (come quando giocò nell’Europhon), Aldo Cardea, nato a Milano il 20 marzo del 1940, è stato soprattutto un buon battitore ed ha vestito anche l’azzurro agli Europei di Amsterdam del 1962.

Aldo, raccontaci come hai iniziato a giocare, anche se possiamo immaginare che il contagio (termine un po’ sinistro in questi giorni…) ti sia arrivato da tuo fratello Ezio…
“No, al contrario, sono stato io a contagiare lui, anche se ero più piccolo. Perché io a 7-8 anni ero sempre sul campo sotto casa nostra, in via Rossetti, davanti al Leone XIII, dove subito dopo la guerra, nello spazio dove una volta passava la ferrovia, venivano gli americani a giocare a golf e a baseball. E poi continuò a venire Lou Campo con i suoi amici del consolato americano. E proprio il dottor Campo prese noi ragazzini e ci fece imparare il gioco, ma per prima cosa ci mise tutti a togliere le pietre, a spianare il terreno e a creare un vero e proprio campo da baseball tra casa nostra e il muro di recinzione del Leone XIII. Un campo grandissimo, che al centro sarà stato 160 metri…”

E da quel campo inizia la tua storia…
“Sì, e subito dopo mi seguì Ezio che aveva già 11-12 anni… Il nostro primo maestro fu Lou Campo, ma anche tutti gli altri americani che Campo portava lì. A partire da Frank Bound, che giocava nell’Ambrosiana ed era un pastore evangelico che portava al campo con sé anche i suoi cinque figli, tutti biondissimi. Io assorbivo tutto con gli occhi di un bambino e mi ricordo  addirittura che Campo, quando doveva spiegare i fondamentali ai giocatori dell’Ambrosiana, mi portava come esempio. Proprio perché i ragazzini imparano molto prima dei grandi a imitare i gesti”.

E anche tu hai cominciato a giocare nell’Ambrosiana...
“All’inizio giocavamo anche a softball, ricordo i derby con i Leprotti di Guilizzoni, poi sono arrivato velocemente alla prima squadra e ricordo di aver esordito a 14 anni nell’Ambrosiana in serie B a Bologna, nello spareggio promozione perso contro le Calze Verdi. Il problema era che, avendo quel campo proprio sotto casa, io giocavo dalla mattina alla sera, sembravo un professionista, tanto che un anno venni persino bocciato alle medie. Così mio padre si infuriò e mi spedì dai parenti a Reggio Calabria dove poi ho fatto tutto il liceo. Ma la mossa non servì a farmi dimenticare il baseball, tanto che a Reggio, con l’aiuto del professore di ginnastica, fondai una squadra che si iscrisse alla serie C e in qualche anno arrivò anche allo spareggio promozione con il Napoli. Poi mi dissero che fecero di tutto per farci perdere, per evitare alle altre squadre una trasferta così lunga…”.

Insomma, anche in quegli anni sei rimasto in allenamento.
“Sì, e quando sono tornato a Milano per fare l’università, Giancarlo Mangini che si ricordava bene di me per avermi visto ragazzino nell’Ambrosiana, mi chiamò subito all’Inter per farmi giocare. Mi diede subito fiducia e io lo ripagai con un debutto straordinario alla Bicocca contro la Pirelli: feci una valida a Biro Consonni e poi altre due a Romano Lachi. E Giancarlo mi mise terzo in battuta fisso”.

E quelli furono i tuoi anni migliori…
“Allora battevo forte. Nel ’62 sono stato il secondo del campionato nelle battute valide dietro Gandini e sono stato convocato in Nazionale. Prima degli Europei c’era stata la rinuncia di Caiazzo e così Gianni Ghitti spinse per farmi portare in Olanda. Non solo, ma l’anno dopo mi portò anche all’Europhon. Nel Milano però ho giocato solo nel ’63, poi sono tornato all’Inter fino al ’68 con un paio di stagioni dimezzate per due infortuni alle caviglie, quindi mi sono sposato e mi sono trasferito a Torino, che è la città di mia moglie”.

Continuando però a giocare…
“Sì, anche se l’impatto con il baseball di Torino è stato difficile. Perché io arrivavo da Milano dove c’era una vera scuola del baseball, forse perché l’avevamo imparato direttamente dagli americani, mentre a Torino non c’era un’impostazione, mancavano i fondamentali, mancavano istruttori per le giovanili. Insomma, dopo un anno nella Juve ho pensato di smettere. Poi però vennero da me Prone e Gilioli, mi dissero che avevano una squadra in serie C che aveva bisogno di un allenatore e mi convinsero a tornare in campo con il Torino che portai in tre stagioni dalla C alla A, creando anche una situazione paradossale perché di fatto eravamo un’alternativa alla Juve. E siccome qui anche tutto lo sport era controllato dalla Fiat, ci fecero avere uno sponsor, il Cinzanosoda, a patto che a fine stagione tutti i nostri migliori giocatori passassero dall’altra parte… E alla fine, quando decisi di dimettermi, la Stampa titolò “Cardea licenziato”. Cosa che mi fece infuriare e mi fece smettere definitivamente con il baseball”.

Insomma un ambiente difficile…
“Sì, soprattutto se lo confrontavo con quello di Milano. Dove in campo ci scannavamo, ma fuori eravamo tutti amici in modo eccezionale. A partire da Gigi Cameroni e Giancarlo Mangini: io sono stato molto amico di tutti e due e devo dire che sono stati due fari del nostro sport. Giancarlo ci ha appena lasciato e merita di essere ricordato maggiormente per tutto quello che ha fatto”.

Parlaci del tuo anno all’Europhon.
“Un anno bellissimo, soprattutto perché rispetto alla Gbc il Milano era una squadra molto più organizzata. Quel Milano poi arrivava da tre scudetti consecutivi, era una macchina che funzionava alla perfezione, anche se in quella stagione venne un po’ rinnovata, dopo la partenza di Glorioso. Però arrivammo in finale di coppa dei Campioni e in fondo l’abbiamo persa solo per un incidente, una battuta di uno spagnolo sul polso del nostro lanciatore americano Green, mentre stavamo vincendo 7-3 al 5° inning. Ma anche in campionato non ci siamo comportati male, arrivando secondi e tenendo conto che Glorioso era andato al Nettuno…”

La tua partita indimenticabile?
“Tutte quelle importanti, in Nazionale, in coppa dei Campioni, i derby milanesi. Magari ce ne sono due che mi piace ricordare. Una si giocò all’Arena, un’amichevole dimostrativa contro una squadra di militari americani con un sacco di gente in tribuna. Io al primo turno feci un fuoricampo al centro, che valeva due basi, e un altro doppio al secondo turno, così quando mi ripresentai in battuta per la terza volta  Lou Campo, che faceva lo speaker ed era un maniaco delle statistiche, annunciò che dopo aver battuto 2 su 2 sarebbe stato difficile per me fare una terza valida. E invece ci riuscii. E così fu al quarto turno, tanto che poi presi in giro Campo e le sue statistiche per un bel po’… L’altra invece si giocò a Roma contro la Lazio di Glorioso a cui feci un fuoricampo un doppio. A fine partita, mentre mangiavamo, mi invitarono al tavolo di Giulio e di Bruno Beneck che mi propose di ingaggiarmi l’anno seguente. Mi offrivano un milione al mese e i viaggi aerei per allenarmi e giocare a Roma. Era un’offerta incredibile, ma io ormai stavo per sposarmi e mettere su casa a Torino e dovetti rinunciare”.

A Torino poi hai iniziato anche l’attività di allenatore.
“Sì, in quegli anni andai a Cuba con un gruppo di tecnici italiani per un corso organizzato dalla nostra federazione. Fu una bellissima esperienza, anche perché poi alcuni tecnici cubani vennero a seguirci in Italia. E poi, a puro titolo di curiosità, posso dire di aver guidato anche una nazionale, quella di San Marino…. In occasione degli Europei di Bologna e Parma del ’71, non so perché anche San Marino decise di schierare una nazionale, con il piccolo problema che non avevano giocatori. Così, sempre tramite Prone, si rivolsero a me per raccogliere un gruppo di ragazzi e vestire la casacca sammarinese. Io ovviamente pensai ai miei giocatori, ma ovviamente erano tutti torinesi… Mi dissero che non c’era problema e che a San Marino, per la nazionalità, avrebbero sistemato tutto… E infatti giocammo quell’Europeo arrivando quinti!”.

Da ragazzo avevi un idolo?
“Ti direi il primo giocatore americano che ho visto da vicino: Pat Filippelli, un oriundo calabrese che giocava nell’Ambrosiana. Era stato professionista di football in America, poi si era rotto una spalla ed era venuto in Italia a lavorare al consolato americano. E siccome sapeva giocare bene anche a baseball… Poi però nel campionato italiano c’erano tanti giocatori che mi piacevano: Glorioso, Lachi, lo stesso Cameroni. E poi Gandini, Carmignani per la sua scenografia, mi erano molto simpatici anche Toro Rinaldi e Malaguti del Bologna. Ma soprattutto il Nettuno che per noi ragazzini degli anni Cinquanta era la squadra che rappresentava il massimo del baseball, uno squadrone che affascinava”.

A proposito di stranieri: quali sono quelli che ti hanno colpito di più?
“Devo dirti due americani che avevamo alla Gbc all’inizio degli anni Sessanta, Travis e Ferrari, che Mangini aveva scovato in qualche base Nato. Io non avevo mai visto giocatori di quel livello, soprattutto Travis aveva una potenza straordinaria. Peccato che abbiano reso poco perché in fondo il nostro campionato loro lo prendevano come passatempo”.

Il compagno ideale?
“Beh, a parte mio fratello, dovrei dirti su tutti Giancarlo Mangini. Ma anche Lallo Carmignani. E poi ero molto affiatato con Alberto Spinosa quando abbiamo giocato assieme, io in seconda e lui interbase”.

Il campo preferito?
“Il Kennedy, anche se ci ho giocato poco. E poi in fondo al cuore ho sempre il vecchio campo di via Rossetti…”

La trasferta?
“Quella di Nettuno, anche se una volta è successo un episodio un po’ bruttino… Ma mi piaceva il loro spirito di squadra, il Nettuno per me è sempre stata “la” squadra”.

La più grande soddisfazione?
“Mah, io non ho fatto niente di eccezionale nel baseball, non posso dire di aver vinto qualcosa, però è stata una parte essenziale della mia vita dagli 8 ai 31 anni. E non posso dimenticarlo. Per questo ti ringrazio per questa chiacchierata che mi fa ricordare tanti bei momenti. Però nel mio piccolo posso dire che una soddisfazione è stata anche quella di aver creato dal nulla una squadra a Reggio Calabria portandola alla finale di serie C. O di aver portare una squadra di ragazzi di Torino dalla C alla A”.

E il baseball di oggi come lo vedi?
“Mi sembra che abbia preso una deriva pazzesca, ed è un peccato. Io almeno posso dire di aver vissuto i suoi anni d’oro, quando per esempio si andava a Parma a giocare davanti a migliaia di persone. Peccato… Mi fa piacere però vedere che a Milano vi siete organizzati bene e continuate a tenere in piedi una lunga tradizione, anche se si resta ancora lontano dal vertice. Ma l’importante è andare avanti così”.

Grazie Aldo e  un brindisi a distanza. Aspettando tempi migliori

 

  

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