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22

Gen
2013

Gianni Bortolomai, 60 anni
da "innamorato del baseball"

L'ex bomber del Bollate, del Milano e della nazionale festeggia il traguardo forzatamente lontano dai campi: "Per motivi professionali ho dovuto lasciare anche la panchina del Saronno, ma non so stare senza questo sport. Dal baseball ho avuto tutto, persino un lavoro. Il ricordo più bello? I derby degli anni Settanta e la gente che riuscivamo a portare sulle tribune".

Primo compleanno speciale del 2013. Tocca a Gianni Bortolomai tagliare il traguardo dei 60 anni. Il Milano lo ha avuto soprattutto come grande avversario di tanti derby, ma un paio di blitz in maglia rossoblù li ha fatti anche lui: prima nel 1984 come coach-giocatore nella Cei di Carlo Passarotto e due anni dopo ancora come assistente nella Bkv di Ciccio Roda. Non solo, ma nel 2003, ai tempi della rifondazione guidata da Marco Giulianelli, Gianni Bortolomai si era proposto come dirigente, salvo poi doversi fare da parte per impegni di lavoro che l’hanno portato lontano da Milano. Nato a San Stino di Livenza, in provincia di Venezia, il 22 gennaio del ’53, Gianni Bortolomai è stato soprattutto un grande bomber del Bollate anni Settanta, temibile avversario di tanti derby ( con 4 fuoricampo al suo attivo nella stracittadina, impresa riuscita solo a due grandi americani come Phares e Morrison), 9 volte azzurro, poi allenatore del Senago e anche manager nel softball, fino all’esperienza degli ultimi due anni alla guida del Saronno che nel 2012 ha portato ai playoff della serie C. “Anche se poi ho dovuto lasciare pure questo incarico, sempre costretto dal lavoro ad allontanarmi da casa”. Non solo, ma Gianni Bortolomai appartiene a una grande famiglia di “baseballisti” che ha dato ai diamanti anche suo fratello Daniele (pure lui ex Bollate, Milano e Senago) e suo nipote Alessandro, tuttora colonna dello United. Oltre alla nipote Valeria, nazionale di softball. -Ma che giocatore è stato Gianni Bortolomai? “E’ stato uno che ha amato il baseball e lo sport in generale. Un innamorato di questa disciplina, scoperta quasi per caso quando avevo già 13 anni. Un giorno, tornando da scuola, decisi di cambiare strada e finii in un prato dove c’era un signore che allenava dei ragazzini a giocare con la mazza e la pallina. Quel signore era Guido Soldi che, vedendomi seduto ai bordi del campo, mi chiese se volevo provare anch’io. Dissi di sì e non ho smesso più. Devo dire che mi sono appassionato subito: io arrivavo dal calcio, giocavo in porta, ma il guantone, la divisa, tutto mi sembrava così straordinario: io in fondo ero figlio di contadini, eravamo arrivati solo da qualche anno dal Veneto povero di allora e mi sembrava un sogno. Ho cominciato un po’ tardi, avevo già 13 anni, ma poi sono cresciuto in fretta”. - E sei arrivato ad essere uno dei migliori giovani del Bollate “Ero un giocatore che ha sempre dato il massimo per la propria squadra, per il club. E per carattere non volevo mai perdere. Magari sembravo un po’ malmostoso, per dirla alla milanese, ma era grinta…” - E il baseball che cosa ti ha dato? “Mi ha dato tutto: a livello personale e professionale. Dal punto di vista sportovo perché sono arrivato subito alle nazionali giovanili, a 15 anni ho fatto gli Europei Under 16 in Germania con Thompson allenatore. E per uno che non era quasi mai uscito da Bollate era il massimo. Ma il baseball mi ha insegnato la correttezza, l’impegno, il rispetto degli avversari. E non da ultimo mi ha anche dato un lavoro, perché l’allora presidente del Bollate Gianni Boschi era anche direttore amministrativo della Norditalia, nostro sponsor, e ha creduto in me non solo come atleta”. - E quindi il baseball lo segui ancora. “Quando posso vado a vedere qualche partita e soprattutto seguo le Major league in tv su Sky. Poi ho una figlia che ha la fortuna di lavorare negli Stati Uniti, vicino a New York e così quando vado a trovarla finisco sempre per andare a vedere gli Yankees per cui ho sempre tifato”. - La tua squadra da giocatore è stata dunque soprattutto il Bollate. Che ricordo hai di quella squadra? “La Norditalia era il classico outsider e va dato atto alla famiglia Soldi e a Boschi di aver messo in piedi una squadra che nei primi anni Settanta ha dato un’impronta al baseball lombardo, grazie anche ai derby col Milano che ricordo ancora con grande piacere. Ma soprattutto il merito di quel Bollate è stato quello di aver creato un vivaio che ha prodotto tanti ottimi giocatori, anche dopo la mia generazione. Cosa che purtroppo adesso non succede più, ma è tutto il vivaio lombardo che è un po’ in crisi. Mancano forse i tecnici giusti per insegnare ai ragazzi l’amore per questo sport e per il loro club. Non basta avere tre cubani per creare dei buoni giocatori: quelli ti possono insegnare la tecnica, ma il cuore te lo danno gli italiani, vedi quello che hanno fatto e fanno ancora i Soldi. Ma adesso la gente non si dedica più agli altri…”. - Tu sei arrivato giovanissimo anche in nazionale. “Ho una decina di presenze, ma ho giocato i Mondiali di Cuba del ’71: allora giocavo esterno destro e ricordo ancora quella marea di gente che quando mi arrivava una palla mi gridava dove dovevo spostarmi… Poi sono arrivati gli oriundi e per noi c’è stato sempre meno spazio. Ma forsze lì è iniziato anche il declino delle nostre squadre. Comunque ho visto che la mia media vita in azzurro resiste ancora tra le migliori… “. - Prima parlavi dei derby. Com’ erano le sfide di quegli anni col Milano? “Erano sfide tra due belle squadre. Ma soprattutto il bello era la massa di pubblico che coinvolgevano, con tifo e sfottò, magari anche non troppo ortodosso, ma ci stava… Forse quelli che ricordo con più piacere erano quelli in cui Gigi Cameroni era nel Milano, perché noi eravamo una squadra che riusciva a creargli sempre problemi. Il più bello? Me lo ricordo bene: a Pasqua del ’70, perché feci il mio primo fuoricampo contro Passarotto su un drop rimasto un po’ alto. Ma poi ricordo anche quello della famosa rissa… E sempre un gran pubblico, con tanto tifo e la moglie di Cavazzano che mi sfotteva sempre dalle tribune, anche se fuori eravamo amici…”. - La tua partita più bella? “Una vittoria sul Grosseto del ’73: io ero militare e in quella partita ho chiuso a 1000 con due homer, un doppio e un triplo. Ma anche qualche anno dopo una partita vinta contro Minetto del Bologna per 5-1”. - E quella da dimenticare? “Una sconfitta a Ronchi che praticamente ci tagliò fuori dalla volata scudetto nell’anno in cui lottammo fino in fondo col Nettuno”. - Parliamo anche delle tue esperienze al Milano “Un bel ricordo. Un ambiente sereno, tanti amici, da Paolo Re a Borroni, da Allara a Brusati. Giocavo poco perché ormai ero a fine carriera, entravo quando c’era bisogno di un uomo di peso in battuta. Ma poi ero arrivato soprattutto per fare il coach di Passarotto. Ma anche lì alla fine mi sono dovuto fermare por motivi di lavoro”. - Qual è l’allenatore che ti ha dato di più? “Per la formazione del carattere sicuramente Gigi (Cameroni, ndr): mi maltrattava ma in quel modo mi ha aiutato molto a crescere, a superare le difficoltà della vita. Con lui non potevi dare niente per scontato, il posto dovevi sempre guadagnartelo. Per la mia formazione come giocatore invece direi Guido Soldi. E poi i tecnici delle nazionali: Thompson e Coppola”. - Il tuo compagno di squadra ideale? “Io mi trovavo molto bene con Passarotto, anche se l’ho avuto più come avversario che come compagno. E poi quelli della mia generazione: da Mattielli a Paolo Re”. - Il lanciatore che ti metteva più in difficoltà? “Gianni Clerici. Non decifravo mai i suoi lanci, mi creava sempre problemi”. - Il tuo idolo da ragazzo? “Non ho avuto idoli particolari. Certo ammiravo molto Castelli, ma era mio coetaneo. Poi direi Novali, come prestigio, come figura di giocatore”. - La squadra in cui avresti voluto giocare? “A Bologna nella Fortitudo, ma Gigi in quegli anni non mi avrebbe mai mollato. Mi sarebbe piaciuto giocare con gente come Lercker, Rinaldi, Meli, Calzolari…”. - Proviamo a fare la squadra ideale tra i compagni che hai avuto nel club e in nazionale? “Castelli catcher con il Silva giovane sul monte. Novali in prima, Luciani in seconda, Toro Rinaldi in terza e Passarotto interbase. Mirra, Dario Rossi e Baldi esterni”. - E se dovessi fare una formazione ideale del Milano? “Sempre Silva sul monte con Cavazzano catcher. Poi Novali, Spinosa o Brusati in seconda, Borroni in terza, Passarotto interbase e Sergio Marazzi al suo posto quando Carlo va a lanciare. Poi De Regny che non batteva moltissimo ma arrivava sempre in base ed era un ottimo esterno, Rossi e Allara. Ma poi dovrei mettere per forza un battitore come Bianchi, e sul monte non farei a meno di Paolo Re, Radaelli, Cherubini…” - Il miglior pitcher italiano di tutti i tempi? “Glorioso come lanciatore di ruolo, per la velocità, per tutto. Poi Lercker, Silva, i fratelli Lauri. E Passarotto tra quelli non di ruolo”. - E il miglior battitore? “Direi Roberto Bianchi. Ai miei tempi il più completo era Castelli”. - Lo straniero che ti ha impressionato di più? “Roy Coston. Indimenticabile”. - Se ti chiedessi tre personaggi simbolo del baseball italiano? “Ti direi Doriano Donnabella che non ho mai conosciuto da vicino ma che ha fatto moltissimo per il baseball a Milano. Poi Aldo Notari e Bruno Beneck che non amavo molto ma che ha dato tanto a questo sport”. - Lo sportivo che ti piace o ti piaceva di più? “Ho fatto il militare a Bologna nella compagnia atleti anche con tanti calciatori, da Oriuali a Bordon a Speggiorin. Ma per le capacità, la serenità, l’immagine di uomo dico Dino Zoff. E’ il tipo di sportivo a cui avrei sempre voluto assomigliare”. - Per che squadra tifi fuori dal baseball? “Nessuna in particolare. Direi la nazionale di calcio e le nazionali di tutti gli sport in genere. E poi, su tutti, i New York Yankees”. - Ultima domanda: qual è l’evento sportivo che ti ha emozionato di più? “La prima partita dei mondiali di baseball a Cuba nel ’71 quando hanno suonato l’inno di Mameli. Un’emozione che mi porterò dentro per sempre”. Da grande innamorato del baseball. Auguroni Gianni.

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