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27

Feb
2019

Roberto Martelli, 60 anni da "ex Betulla"

Lanciatore partente dell'ultima finale vinta dal Milano in Europa, nel 1992, Roberto Martelli detto Betulla festeggia i 60 anni: "Ma non chiamatemi più Betulla: adesso sono gigantesco... Devo tutto al baseball: forse mi ha salvato anche la vita. Il mio Castenaso, ma anche Bologna, Crocetta, San Marino, Milano, resto legato a tutte le mie squadre. Che bella stagione con la Mediolanum: in fondo quella coppa vinta in Olanda resta il mio unico trofeo... Ludovisi il mio maestro di sport e di vita. Beneck e Bianchi i due veri simboli del baseball italiano".

E’ stato il lanciatore partente dell’ultima finale europea vinta dal Milano. Coppa delle Coppe 1992, in casa del Bussum, formazione olandese, battuto alla “bella” per 7-6 in una partita tanto rocambolesca quanto indimenticabile. Il lanciatore partente di quella incredibile finale era Roberto Martelli, detto “Betulla”, bolognese di Castenaso, capace di mettere la firma sulla seconda coppa Coppe del Milano lanciando 5,1 inning. Non solo, ma in quella coppa olandese “Bet” – come lo chiamano ancora tutti tutti abbreviandogli il soprannome – venne addirittura premiato come miglior fuoricampista del torneo, avendone messi a segno due nelle partite precedenti, a dimostrazione che questo ragazzone di grande cuore e buona tecnica sapeva rendersi utile, se necessario, anche con la mazza. Tanto che Mazzotti lo schierò in quel torneo anche in prima base. Grandi ricordi del passato, mentre oggi Betulla Martelli può soffiare su 60 candeline nella sua Castenaso, da parecchio tempo però lontano dal baseball. “Sto bene – se la ride il Bet – anche se sono gigantesco… Nel senso che sono molto ingrassato rispetto ai tempi in cui giocavo e a quelli in cui ho fatto il pitching coach qui a Castenaso. Ma ho smesso nel 2001-2002…” - Dunque non sei più tanto Betulla…? “No, direi proprio di no… (ride di gusto, ndr). Mi hanno sempre chiamato così perché da ragazzo ero alto e secco secco. Ma adesso… dovrebbero scegliere un’altra pianta…” - Da ragazzo, quando hai cominciato a giocare… “Sì, proprio qui a Castenaso. E pensa che sono arrivato al baseball praticamente per esclusione, nel senso che non potevo fare altri sport per motivi di salute. Mi avevano trovato una malattia cardiaca che i medici dicevano anche grave, tanto che avevano fatto capire ai miei genitori che avrei fatto fatica ad arrivare alla maggiore età. Loro erano disperati, gli dissero che avrei dovuto fare sport, ma non ce n’era uno che andasse bene per il mio problema. Finchè un giorno alla scuola media ci presentarono il baseball e siccome in famiglia nessuno sapeva nemmeno che cosa fosse decisero di farmi provare almeno quello. E da lì, dalle giovanili del Castenaso che stava nascendo proprio in quegli anni è iniziata la mia avventura sportiva…”. -Che è andata ben oltre la maggiore età, vista anche la tua bella carriera tra Castenaso, con cui hai debuttato in A1 nell’82, Crocetta Parma, un anno nell’85, poi quattro stagioni alla Fortitudo e altre al San Marino con in mezzo il passaggio da Milano per un campionato, nel ’92 appunto… “Sì, tante belle soddisfazioni, tante belle storie. Mi sono rimasti tantissimi ricordi, ma soprattutto tante amicizie, ho potuto conoscere e apprezzare tante persone che ancora adesso, se le incontro magari dopo decenni, mi danno un piacere infinito. In fondo sono stati anni in cui abbiamo condiviso tante cose, tanti momenti, le vittorie e le sconfitte”. - E di quell’anno a Milano che ricordo hai? “Ricordo una squadra molto professionale, perché dalle altre parti il baseball non era ancora così. Una squadra che ti dava tutte le possibilità di dare il meglio, supportandoti dal punto di vista sportivo ma anche personale. E in quella squadra ho trovato delle persone che mi hanno dato tanto, giocatori e allenatori di qualità, a partire da una persona che mi piace ricordare in modo particolare, Angelo Fontana, che era un nostro coach e che in quella stagione mi ha aiutato veramente molto”. - E poi ti resta quella vittoria in coppa delle Coppe. “Già, che alla fine della mia carriera resta l’unico titolo che ho vinto. Perché con la Fortitudo sfiorai la coppa dei Campioni, perdendola in finale con il Parma, a Milano invece ho vinto questa coppa. In modo anche sofferto, se ripenso a quelle partite. Avevamo pareggiato i conti con il Bussum grazie a Daryl Smith che aveva lanciato alla grandissima la partita precedente. Così a me toccò un po’ imprevedibilmente il compito di salire sul monte nella bella. Io infatti a Milano facevo il rilievo, di Radaelli e di Cherubini che erano in genere i due partenti. Ma quella situazione non era nei programmi e, visto che loro avevano già abbondantemente lanciato nelle altre partite del torneo, toccò a me. E per fortuna è finita bene. Anche se abbiamo dovuto soffrire fino in fondo…” - Hai parlato della Fortitudo, un'altra squadra che ti avrà lasciato un bel ricordo… “Certo, anche perché essendo di Bologna, ho giocato con tanta gente che poi ho continuato a vedere e frequentare. Ho solo il rammarico di non aver vinto niente in quegli anni, perché pur essendo un’ottima squadra non era riuscita a concretizzare i risultati. Ci mancava sempre qualcosina per poter vincere”. - Ma nella tua carriera c’è una partita indimenticabile? “Non saprei… ne ho ho giocate tante di belle… lanciate bene e vinte, ma anche perse. Però tutte divertenti, perché in fondo il risultato non può andare sempre nella direzione che vorresti”. - E la più grande soddisfazione? “Essere stato convocato in Nazionale per una tournèe in Canada e Stati Uniti nel ’90, alla faccia di John Noce…” - Cosa c’entra John Noce? “Perché mi bocciò quando feci un provino a Parma a 17-18 anni… Non aveva creduto in me. Ma non mi diede fastidio il fatto che non mi avessero preso, perché può capitare, ma il modo in cui formalizzarono quella decisione… Comunque ormai sono passati anni luce… (altra bella risata, ndr), c’era ancora Notari presidente del Parma, pensa come sono vecchio…” - Chi è invece l’allenatore a cui devi di più? “Il primo: Franco Ludovisi, che a Castenaso è stato non solo un allenatore ma anche un secondo padre, visto che passavo più tempo al campo che a casa… Ludovisi è stato importante per la mia crescita, non solo come giocatore, ma anche come uomo. Un vero maestro di sport e di vita”. - Da ragazzo avevi un idolo? “No, nel campionato italiano no. Mi piacevano molti giocatori delle Major league, ma io ero anche uno che teneva un profilo molto basso… E poi avevo un modo di lanciare talmente anomalo che per me era difficile trovare un modello a cui potermi ispirare”. - Il compagno ideale? “Tantissimi. Posso dire Riky Matteucci che è stato anche mio compagno di camera per tanto tempo alla Fortitudo. O Roberto Radaelli con cui ho condiviso tante esperienze, con cui ho giocato sia a Bologna, sia a Milano. Oppure Sandro Bonarelli nei miei anni a San Marino”. - Il tuo campo preferito? “Mi piaceva giocare all’Europeo di Parma”. - La trasferta preferita? “Nessuna. Le trasferte per me erano sempre sacrifici, troppe ore in pullman, spazi ristretti senza la possibilità di muoversi… Le peggiori certamente Anzio e Nettuno, perché erano le più lontane. Pensa che qualche volta me le sono dovute fare anche in macchina…” - La squadra in cui avresti voluto giocare? “Nessuna. Mi ha fatto molto piacere giocare dove ho giocato, squadre in cui ho avuto modo di apprezzare molte persone”. - Nemmeno nel Parma…? “Ci sono andato vicino, è quella dove ho fatto il primo provino serio. Non è andata bene, nessun dramma…” - Ti va di fare la squadra ideale dei tuoi ex compagni? “Il pitcher sicuramente Radaelli, non ci sono parole per qualificarlo. Come catcher Alex Giorgi. La prima base è un ruolo ostico… Ci ho giocato anch’io, ma ero un prima base improvvisato. Mettiamoci Matteucci perché nel line up può darci grandi soddisfazioni… In seconda Brusati, il Brusti… in terza Peonia, il Paolino… interbase Messori, va da sé. Esterni Manzini, Guerci e Bianchi”. - Il miglior pitcher italiano, secondo te? “Radaelli”. - Quello che ti metteva più in difficoltà? “Radaelli. Mi conosceva come le sue tasche e con me faceva quello che voleva”. - Invece il battitore che ti creava più problemi? “Guggiana e Zunino: mi facevano paura fisicamente. Erano due che battevano con violenza a tutto campo: c’era il vero rischio di prendersi una palla addosso”. - Il miglior pitcher straniero? “Uno degli anni Settanta: Craig Gioia”. - E il giocatore che ti ha impressionato di più? “Ne ho visti talmente tanti… Forse Lenny Randle per quello che aveva fatto in America, per quello che rappresentava. E’ arrivato da noi a fine carriera, io l’ho avuto anche come compagno a Bologna, ma si vedeva che era un fenomeno fuori dal nostro mondo…” - I tre simboli del baseball italiano? “Al primo posto ci metterei Bruno Beneck, tanto vituperato, ma fondamentale per lo sviluppo del nostro baseball. Anzi il nostro sport può dire di avere avuto un forte seguito soprattutto sotto la sua presidenza. Poi direi Roberto Bianchi, un campione grandissimo e una persona squisita, uno che non ha mai detto una parola sopra le righe e che è stato un grande esempio”. - E il terzo? “Non saprei, perché sui livelli di questi due non ce ne sono altri”. - Al di fuori del baseball hai qualche sportivo preferito? “Sì. Nadal nel tennis e Svindal nello sci”. - Tifi per qualche squadra negli altri sport? “Sicuramente la Virtus nel basket. Poi dovrei dire il Bologna, perché sono di Bologna, ma non apprezzo molto il calcio…” - E nel baseball americano? “Ho seguito molto Atlanta nei suoi anni d’oro. Adesso un po’ gli Yankees, ma anche loro non vincono da una vita”. - E l’evento sportivo che ti ha emozionato di più? “L’ultima partita di Mariano Rivera è stata una botta al cuore. Ha ricevuto un grandissimo tributo, veramente degno di quello che lui aveva dato. Ma purtroppo sono cose che vedi solo negli Stati Uniti…” - Nel baseball italiano invece le cose non stanno andando molto bene… “Da qual poco che ho visto direi proprio di no. Si cambiano i dirigenti, ma non cambia niente… Sembra strano m i migliori anni del baseball ci sono stati quando c’erano pochi stranieri. Adesso invece siamo pieni di venezuelani, di dominicani, ma il campionato ne risente. Forse sarò romantico, ma il mio baseball mi sembrava più interessante. A partire dagli anni Settanta, quando già nelle giovanili battagliavi contro squadre e giocatori forti, ti trovavi di fronte tanti ragazzi che poi avrebbero fatto carriera in serie A. Adesso invece…” Adesso fermiamoci a festeggiare i tuoi 60 anni. Auguri Betulla, anzi “ex Betulla”. Sulla nostra pagina facebook la fotogallery

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