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21

Feb
2019

Simone Neri, 50 anni dell'unico fiorentino di Milano

Ha giocato nell'ultima stagione rossoblù di A1 (1998), lasciando un grande ricordo, ma poi ha smesso a 48 anni con un record di longevità: "Non ho mai avuto seri infortuni, ma mi ha aiutato onestamente anche il calo del livello del nostro baseball. Che bella quella stagione a Milano, una società che si ricorda ancora di me... Ho avuto una splendida accoglienza, ho giocato in Europa e soprattutto ho ritrovato Dave Sheldon che per me è stato un maestro, il miglior straniero venuto in Italia. Gianmario Costa il mio idolo. Mi piaceva giocare a Grosseto, ma al Kennedy si respirava la storia... Zangheri, Mazzotti e Mazzieri i simboli del nostro baseball. Ho avuto due fortune: lavorare con grandi allenatori e giocare con la miglior generazione di italiani"

Il festeggiato di oggi ci permette di tornare all’ultimo anno di Milano sotto i riflettori della serie A1, l’ultima stagione tra le grandi del baseball che purtroppo si perde ormai nei ricordi di vent’anni fa. Simone Neri, fiorentino doc di Campo di Marte, l’unico fiorentino della storia del Milano, soffia su 50 candeline, ma lui dopo quella stagione non ha certo vissuto di ricordi, visto che ha giocato fino a due anni fa, appendendo il guanto al chiodo solo nel 2017 dopo un’ultima stagione nella Fiorentina, la squadra dove è cresciuto e dove è tornato per chiudere la carriera dopo tante esperienze tra Bologna, Milano, Livorno e tante stagioni al Padule di Sesto Fiorentino. A Milano, come dicevamo, Neri ha giocato nel 1998, 33 presenze tra prima e terza base, un fuoricampo, una finale di coppa delle Coppe e tanti bei ricordi lasciati e portati via. Cinquant’anni, dunque, ma vissuti ancora da eterno ragazzo… “Sì, magari… E’ vero che ho appena smesso di giocare, ma non è proprio così. Comunque sono ancora in campo: dopo aver smesso mi sono preso un anno sabbatico ma da poco sono rientrato nei quadri della Fiorentina come batting coach”. - Però, visto che hai giocato fino a 48 anni, ti si può fare una domanda: merito di Simone Neri atleta eccezionale, o demerito del baseball italiano che permette di restare in campo anche a un giocatore di quell’età? “No, non parlerei di atleta eccezionale, anche se sono stato in campo per 35 anni. Direi che ho avuto la fortuna di non incorrere mai in gravi infortuni e sono riuscito a conservarmi fisicamente. Certo, con gli anni ho perso la velocità che avevo da giovane, ma ho cercato di sopperire con l’esperienza. Poi però ammetto che ha contribuito anche il crollo del livello tecnico del nostro baseball. In A2 si giocano ancora delle buone partite quando lanciano gli stranieri, perché ce ne sono ancora di molto buoni, ma il livello generale degli italiani purtroppo ha subito una involuzione. Ormai di italiani buoni ce ne sono uno o due per squadra…” - Visto che hai giocato per così tanti anni, puoi permetterti queste considerazioni: sei uno dei pochi che ha vissuto sul campo questa decrescita. “Sì, non vorrei sembrare catastrofista… Io ho vissuto sul campo la fine degli anni Ottanta, i Novanta e le prime due decadi del Duemila e ho visto cambiare il concetto di baseball. Il livello più adeguato mi sembra quello che abbiamo visto a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, quando ogni città poteva mettere in campo un bel gruppo di giocatori. C’erano i grossetani, i parmigiani, i bolognesi, i milanesi, con qualche buon straniero che alzava il livello delle squadre. Ma di base c’era una generazione di giocatori italiani che erano dei dilettanti ma si impegnavano come professionisti, si allenavano tutti i giorni. Poi, con le nostre manie di grandezza, si è voluti arrivare all’IBL, si è pensato di essere veri professionisti senza avere le strutture per farlo. E poi è cambiato nettamente anche il panorama degli stranieri. Quando io ho iniziato non si diceva nemmeno stranieri, si diceva americani, perché arrivavano tutti dagli Stati Uniti. E questo significava avere in squadra gente impostata in un certo modo, cresciuta nei college o nelle università, che sapeva trasmetterti una certa impostazione, tutti ragazzi che ti sapevano insegnare qualcosa o da cui avevi qualcosa da imparare. Da quando c’è stata questa invasione di latino-americani invece si è perso un po’ questo rapporto con il giocatore straniero. I latini spesso sono talentuosi ma raramente sono giocatori costruiti, da loro non impari la tecnica come da uno statunitense. E penso che questo abbia influito molto nella crescita del nostro livello medio. Io ho avuto la fortuna di crescere con quegli americani: penso a uno come Dave Sheldon con cui ho giocato 4 anni a Firenze e uno a Milano, uno da cui ho imparato moltissimo solo a guardarlo durante gli allenamenti. E poi ho giocato con e contro la miglior generazione di italiani di sempre”. - Insomma mancano gli esempi… “Non solo, manca anche un campionato come la Primavera che c’era in quegli anni. Un torneo importantissimo per noi giovani di allora, perché ti preparava a giocare le due partite, un campionato che potrebbe essere l’equivalente della serie B di oggi, ma riservato ai giovani e in cui ti confrontavi ogni settimana con le migliori squadre d’Italia della categoria. Insomma, la grande differenza tra il baseball di allora e quello di oggi è che manca una base di giocatori italiani di livello. Allora ogni squadra aveva almeno cinque-sei italiani di ottimo livello: pensa ai line-up del Rimini, del Parma, dello stesso Milano ai tempi della Mediolanum di Jim Morrison”. - Lasciamo i grandi temi e parliamo di te: come sei arrivato al baseball? “Abbastanza tardi: avevo 12 anni e alla scuola media si presentò un giorno qualcuno del comitato regionale della federazione che venne a fare promozione facendoci vedere con un proiettore delle vecchie partite delle World Series. E io che abitavo vicinissimo al campo di Firenze, in pratica casa mia era a cento metri dal palo del foul di sinistra, decisi di cominciare a giocare…” - E che cosa ti ha lasciato il baseball dopo tutti questi anni? ” “Tante grandi soddisfazioni. Soprattutto la possibilità di conoscere tanta gente. Io non ero un protagonista assoluto, non ero certo un top player, ma penso di aver aiutato a completare le squadre. E la vera enorme soddisfazione fu quella di riuscire a giocare con i grandi che prima vedevo dalle tribune. E, anche se non ho mai vinto grandi trofei, alla fine mi sono goduto un paio di promozioni importanti e un paio di coppe Italia di serie A2”. - Hai giocato con Firenze, Bologna e Milano in A1, con Livorno e Padule in A2. La squadra a cui sarai rimasto più legato sarà inevitabilmente quella della tua città, la Fiorentina… “Dico la verità: a Firenze sono cresciuto ed è la squadra che mi ha fatto fare il grande salto in A1, ma sono legato molto anche al Padule, dove ho trascorso undici anni. Però anche di Bologna, Milano e Livorno ho dei ricordi splendidi. Di Milano ricordo una stagione molto divertente, in cui ho potuto confrontarmi con dei compagni e con un allenatore importanti. A Milano ho avuto la fortuna di lavorare con un tecnico come Mazzotti. E ricordo una dimensione molto calorosa di quella squadra, un gruppo in cui mi sono sentito accolto molto bene, come a Livorno. A Bologna invece prevaleva un aspetto un po’ più professionale. E poi nella mia carriera ho avuto anche un’altra fortuna, che forse i giovani di oggi non possono avere; ho sempre avuto dei grandi allenatori. Ho citato Mauro Mazzotti, ma penso a Nicola Bellomo e Dickson a Firenze, a tre grandi cubani come Juan Castro, Alberto Martinez, oppure Luis Casanova che ho avuto a Bologna, ma penso anche ad Alessandro Bianchi e Andrea Osella nel Padule”. - Ricordi il tuo debutto in A1? “Certo: il 26 giugno dell’87 a Firenze contro il Grosseto. Era il giorno della mia prima convocazione con la prima squadra e in una partita che stavamo perdendo in modo devastante, mi fecero fare un turno all’ultimo inning. Ricordo che Marcello Verni, dal nostro dugout, gridava a Dario Borghino di lanciare per farmi battere. Lui ci provò, ma io non la presi lo stesso…” - C’è una partita indimenticabile nella tua lunga carriera? “Ci sono sicuramente tante emozioni. Forse direi le due promozioni conquistate con la Fiorentina, quando tornammo in A1 nel ’96 battendo il Roselle, e con il Padule, quando andammo in A2 nel 2004 battendo il Torre Pedrera di Maestri. Ma quando giocavo nella Fiorentina per noi erano indimenticabili le partite che vincevamo in casa delle grandi. E abbiamo vinto a Nettuno, a Grosseto, a Parma, anche a Rimini ricordo. Tutte grandi soddisfazioni”. - E ce n’è una da dimenticare? “No, potrei dire quelle in cui ho fatto tre errori o mi è passata una palla in mezzo alle gambe… ma ti servono anche quelle per la volta dopo. Anzi, tante volte dal punto di vista personale è più utile una sconfitta in un playoff che una vittoria, perché quando perdi ti metti in discussione e allora lavori per migliorare”. - Prima hai fatto un bell’elenco di allenatori. Ma qual è quello a cui devi di più per la tua crescita? “Dal punto di vista morale devo dire De Pasquale, il tecnico della Primavera che mi portò al salto in prima squadra. Quello a cui sono più legato però è Nicola Bellomo, un tecnico che è stato una fortuna per tutti noi di Firenze. Un uomo con una grande cultura del baseball in anni in cui trovare informazioni non era così semplice come adesso che accendi un computer e arrivi dappertutto. Lui per crescere come tecnico era stato anche più volte negli Stati Uniti”. - E da ragazzo avevi un idolo? “Sì, visto che giocavo in terza base, il mio idolo era Gianmario Costa con cui poi ho avuto la fortuna di giocare a Bologna”. - Il compagno di squadra ideale? “Per forza Andrea Osella, con cui ho cominciato a giocare nelle giovanili. Siamo stati compagni di squadra dall’82 al 2016, esclusi un paio d’anni. E poi è stato anche mio allenatore al Padule. Se però devo dire un giocatore a cui mi sono sempre ispirato penso a Dave Sheldon. Io giocavo in terza e lui interbase: ogni partita e ogni allenamento per me erano un clinic. Un giocatore dal carattere duro, ma con un’impostazione da college, anche un po’ marziale. Poi l’ho ritrovato a Milano e devo dire che in quell’anno mi aveva cercato anche il Rimini, ma io ho scelto il Milano proprio perché sapevo che c’era Sheldon, oltre ad Alex Neri che avevo conosciuto nel giro delle Nazionali”. - Che ricordo hai di quell’anno a Milano? “Un ricordo bellissimo, di una società seria, organizzata. Un club che si ricorda di tutti i suoi giocatori non può che farti piacere. Vi siete ricordati persino di me che ho giocato a Milano un anno solo… E poi di quell’anno mi ricordo anche la bella avventura della coppa delle Coppe a Zagabria, anche se perdemmo la finale. L’unica cosa negativa era la distanza da Firenze, soprattutto perché non c’era ancora l’alta velocità che adesso ti porta a Milano in un’ora e mezza…” - Il tuo campo preferito? “Firenze mi è sempre piaciuto. Ma anche Grosseto perché ho sempre fatto delle buone partite. Il Kennedy invece era un campo storico, che ti dava qualcosa di speciale, anche con la sua architettura”. - E la trasferta che ti piaceva di più? “Forse Grosseto, perché per noi era vicina, c’era tanto pubblico e poi c’era il mare. Certo, in quegli anni, quando c’era l’intergirone, ti capitava di giocare in tre città in tre giorni: ti sembrava di essere un professionista… Ma adesso mi chiedo: come facevano quelli lavoravano e avevano anche famiglia?” - C’è una squadra in cui avresti voluto giocare? “No, sono soddisfatto del percorso che ho fatto, di quelle in cui ho giocato”. - Allora facciamo la squadra ideale dei tuoi compagni. Anche se capisco che per uno che ha giocato così a lungo sia piuttosto complicato… “Allora io mi escludo: Alessandro Osella catcher, Nicola Bellomo in prima, Valerio Ranieri in seconda, Gianmario Costa in terza, David Sheldon interbase, poi Alex Neri esterno sinistro, Marco Mazzieri al centro e Marco Duimovich a destra. Tom Colburn battitore designato e Kirk McCaskill lanciatore, uno da 12 anni in Major league che poi ha giocato a Firenze”. - A proposito di lanciatori: chi è stato secondo te il miglior pitcher italiano? “Rolando Cretis”. - E quello che ti metteva più in difficoltà? “Bob Galasso del Nettuno. Anche se il più grande pitcher straniero che ho visto è stato Olsen”. - E in assoluto il più grande straniero arrivato in Italia? “Per me David Sheldon. Ha lanciato, ha giocato da interno alla grande. E soprattutto ha giocato per tantissimi anni, perché l’apporto di uno straniero va valutato anche sulla continuità”. - I tre personaggi simbolo del baseball italiano? “Uno è appena scomparso, Rino Zangheri: uno che ha fatto il presidente per 45 anni è certamente un simbolo. E gli altri due secondo me sono due grandi tecnici: Mauro Mazzotti e Marco Mazzieri”. - Lo sportivo che ti piace di più fuori dal baseball? “Roberto Baggio”. - Tifi per qualche squadra negli altri sport? “Sono di fede viola, ma piuttosto tiepida. Direi credente, ma non praticante”. - E nel baseball americano? “Tifo Chicago Cubs”. - L’evento sportivo che ti ha emozionato di più? “La vittoria dell’Italia al Mondiale di calcio dell’82: poesia pura. Mi emoziono ancora adesso quando vedo le immagini… E poi c’era Antognoni, che vedo spesso perché abita vicino a casa mia”. - Vogliamo chiudere con un messaggio per i nostri lettori? “Visto che parliamo di Milano vorrei solo ringraziare tutti per l’accoglienza che mi hanno riservato in quella stagione e per il fatto che vi siete ancora ricordati di me”. Un dovere, per un giocatore di grande serietà e simpatia. Auguroni Simone Sulla nostra pagina facebook la fotogallery

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