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09

Nov
2019

Addio a Giancarlo Mangini
il baseball italiano ha perso la "Voce"

Pioniere, giocatore, allenatore, giornalista, commentatore, telecronista, Giancarlo Mangini è scomparso stamattina a 88 anni. Nella sua lunga carriera, inziata con il Leo Baseball nel primo campionato italiano, ha giocato per due anni ('50-51) anche nel Milano. Poi ne è stato il grande rivale i n tanti derby degli anni Sessanta. La sua rivalità con Gigi Cameroni ha infiammato quelle grandi stagioni. Poi è stato ct della Nazionale di softball e soprattutto telecronista e spalla tecnica di Marco Lucchini in tante partite trasmesse dalla Rai. Alla famiglia le condoglianze di tutto il Milano '46

In tanti in Italia hanno scritto di baseball, ma nessuno l’ha raccontato come Giancarlo Mangini, pioniere, giocatore, allenatore, talent scout, dirigente, giornalista, telecronista, disegnatore, cartoonist, caricaturista, ma per tutti soprattutto la “Voce del baseball italiano”. Forse non bastano tutte queste qualifiche a descrivere quella che è stata la passione di una delle più grandi figure del baseball italiano, che ci ha lasciato stamattina a 88 anni, dopo aver lottato con tante complicazioni che ne avevano minato il fisico negli ultimi tempi. Ma non solo il fisico, perché forse Giancarlo si era già arreso una prima volta tre anni fa, quando subì moltissimo la scomparsa del fratello Sergio, più giovane di lui, quel fratello che l’aveva sempre accompagnato nella passione per il baseball oltre che in cento altre avventure.

Adesso ci ha lasciato anche lui, che per anni è stato uno dei personaggi più famosi del nostro piccolo mondo. Se non altro perché ha accompagnato almeno trent’anni di telecronache, a partire dalla pionieristica Tvci, dove si era creato anche una specie di salottino televisivo del lunedì in cui invitava i personaggi del baseball, all’inizio di quello milanese, per commentare le partite del weekend.  Tempi quasi incredibili a confrontarli con l’anonimato di oggi, un anonimato che lo faceva soffrire, perché nonostante l’età Giancarlo non riusciva a staccarsi dal suo mondo e dalla verve polemica con cui ne analizzava la decadenza. Anche l’ultima telefonata di qualche mese fa era stato un triste esame della situazione.

Da Tvci ad altre reti private, da Retequattro a Telemontecarlo, a Euro Tv,  fino alla Rai in cui diventa la spalla di Marco Lucchini in tante telecronache – molte anche in diretta, bei tempi pure quelli -, il commentatore tecnico, l’uomo che aggiungeva il contributo competente, ma anche la nota di colore, non fosse altro per quelle “vie cinquantatrè”, per quelle “Baltimore chop” o quell’ “apri la finestra zia Rosy” che ormai per tutti è ancora il suo segno distintivo. Come i mille cappellini e le camicie variegate. Come la tendenza generosa ad ingigantire tutto e tutti, dai giocatori che erano tutti minimo di un metro e 80 per 85 chili, al pubblico che per sua definizione non era mai sotto le tremila persone.

Ma anche questo era il personaggio Mangini che aveva fatto del baseball una ragione di vita, fin dai tempi in cui, ragazzo arrivato dall’Istria a Milano (era nato a Pola il 13 gennaio del 1931), aveva abbandonato il rugby e il tennis per seguire i pionieri che dopo la guerra avevano iniziato a divulgare questo sport in città. Per questo parlare con Giancarlo era come consultare la storia del baseball italiano e per questo gli abbiamo fatto “recitare” l’incipit del nostro film sulla storia del baseball a Milano in cui guarda con nostalgia il terreno del vecchio Giuriati pensando a quante partite ci aveva giocato. Ma non si può parlare di Mangini senza parlare di Gigi Cameroni, sarebbe come parlare di Coppi senza Bartali o di Mazzola senza Rivera, perché per almeno trent’anni le storie delle due vere anime del baseball milanese si sono intrecciate in modo incredibile, se si pensa che arrivavano tutti e due dalla stessa strada, la piccola via Carpaccio in zona Città Studi, anzi abitavano proprio uno di fronte all’altro, frequentandosi praticamente fin da bambini quando giocavano a guardie e ladri. Poi la passione per il baseball li ha folgorati in contemporanea, portandoli a giocare il primo campionato italiano con la maglia del Leo Baseball, la squadra degli studenti del Leone XIII e del Gonzaga in cui studiavano. Per poi ritrovarsi di nuovo compagni di squadra proprio nel Milano (parliamo delle stagioni ’51-52 in cui Giancarlo gioca 35 partite in rossoblù, prima base titolare) e ancora nell’Inter (’56-57). Ma il loro periodo d’oro è quello che li vede grandi rivali, uno di fronte all’altro, nei tanti derby degli anni Sessanta: da una parte l’Europhon Milano del Gigi che infila uno scudetto dopo l’altro, dall’altra la Gbc-Noalex Inter di Giancarlo, cugini magari alle prese con un complesso d’inferiorità ma sempre pronti a scatenarsi in quella che per loro era la partita dell’anno. Ma soprattutto il derby milanese è un continuo botta e risposta tra loro due, diventati ormai come Rocco e Herrera, sempre pronti a offrire qualche polemica ai giornali sportivi che cavalcano il baseball soprattutto grazie a Gigi e Gian.

Mangini giocatore cresce alla scuola di grandi americani come Lou Campo e Jimmy Strong e attraversa tutte le squadre milanesi: comincia dal Leo (nel ’48), continua con gli Indians, arriva al Milano, trasloca all’Ambrosiana, passa dal Pirelli e infine approda all’Inter di cui diventerà giocatore-allenatore mentre il fratello Sergio sarà presidente. E i suoi compagni di viaggio saranno i vari fratelli Cardea, i fratelli D’Odorico, i fratelli Zugheri, Zaino, Folicaldi, Carmignani, De Muro, Revelant, Carlo Fraschetti fino a Gianni Clerici e Bob Gandini.  Senza dimenticare che negli anni Cinquanta Mangini conquista anche la maglia azzurra agli Europei di Roma del ’56 e di Mannheim del ’57. E poi come allenatore centra un paio di secondi posti in campionato e porta a Milano negli anni Sessanta quello che resterà l’unico scudetto giovanile conquistato dalla città. Ma Giancarlo non è solo uomo di baseball, poerchè già negli anni Cinquanta abbraccia anche il primo esperimento del softball italiano e vince un paio di scudetti con l’Ambrosiana femminile. Poi, a fine anni Sessanta, quando il softball risorge, Giancarlo si ritrova a fare il manager della Nazionale per qualche anno. Quel softball che diventerà uno sport di famiglia e di cui resterà sempre appassionato fino agli ultimi tempi, fino alle ultime partite viste a settembre trascinandosi ormai a fatica fino a Bollate o a Saronno.

Ma il Mangini che forse ha dato di più al baseball italiano è quello che imbraccia la penna, la matita e il microfono. Perché collabora con la Gazzetta dello Sport (giornale che lo farà soffrire da lettore negli ultimi anni visto il declassamento ricevuto dal baseball), con La Notte e con Il Giornale, con Tuttobaseball, Baseball&Rugby, Baseball International,  mille riviste, giornali e giornaletti. In primis come disegnatore e cartoonist, la sua professione, perché oltre alla mazza da baseball, Giancarlo sa usare molto brillantemente anche la matita e ne restano a testimonianza, tra l’altro, le tante caricature dedicate ai grandi campioni del baseball italiano. E Mangini in questa sua attività infila il baseball dappertutto, appena può. Dall’Intrepido a Topolino a certi fumetti in cui si firmava “El Cubano”, appassionato com’era dal baseball dell’isola caraibica e non solo dal baseball visto certe cubane dai seni enormi che disegnava ironicamente nelle sue strisce. Riusciva a infilare il nostro sport persino nei rebus che disegnava sui giornali di enigmistica. Per non parlare dell’attività promozionale fatta nelle scuole e negli oratori, dove arrivava con le “pizze” della Major league, i rotoloni di bobine filmate che ci arrivavano dall’America e venivano ritrasmesse nei cinema delle parrocchie. In questa missione affiancato spesso, guarda caso, proprio da Gigi Cameroni.

Infine c’è Giancarlo Mangini “the voice”, che è l’aspetto che gli dà la grande popolarità, anche al di fuori del nostro mondo. Il timbro caldo, la tempistica, i toni professionali ne fanno una compagnia piacevole durante le partite viste in tv. Ma Giancarlo per anni e anni è anche lo speaker del Kennedy, almeno finchè nello stadio milanese si è giocato a un discreto livello. Negli anni Settanta-Ottanta è stato lo spekaer ufficiale delle partite della Nazionale nei campi italiani, ma al Kennedy ha sempre lasciato il suo cuore e ha dedicato tante giornate a raccontare le azioni del gioco persino quando in tribuna c’erano quattro gatti. Ma per lui, magari, erano sempre tremila.

Grazie Giancarlo per la passione che ci hai trasmesso in tutti questi anni. Ci consoleremo continuando ad ascoltare la tua voce.

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