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09

Nov
2019

Luca Chiesa, 50 anni di un bomber chiamato Leeper

Compleanno speciale per l’ex prima base, capitano e coach del SenagoMilano. “Mi chiamavano così perché giocavo tutto fasciato come l’americano del Parma. Il mio cuore a Senago, ma il mio periodo migliore al Bollate. I giocatori della mia generazione hanno pagato la mancanza di squadre milanesi in A1. Con lo United tre anni bellissimi: il primo ancora in campo, poi due da coach di Bonetti. E nel 2010 ci siamo tolti delle belle soddisfazioni. Ho trasmesso la passione del baseball a mio padre, purtroppo non sono riuscito con i miei figli. Ma ai ragazzi di oggi dico: quello che imparate in campo vi servirà nella vita”.

E’ riuscito a contagiare suo padre, ma non è riuscito a farlo con i suoi figli. Luca Chiesa e il baseball, una passione nata da ragazzino, trasmessa all’indimenticabile Mariett, ma che non è riuscito a trasmettere ai suoi figli, uno di 14 e uno di 7 anni. E oggi che l’ex bomber del Senago, del Bollate e dello United festeggia i 50 anni, deve fare i conti anche con questa realtà, perché il poco tempo che gli lascia il lavoro deve dedicarlo a loro. “Soprattutto al più piccolo, ovviamente, ma loro hanno scelto il calcio e io mi diverto a vedere le partite: magari hanno avuto ragione loro – sorride Luca -. Però io non rinnego assolutamente il mio sport. Anzi è stata un’esperienza che mi ha insegnato tantissimo, perchè il baseball è un gioco di squadra ideale per insegnarti ad affrontare la vita, il lavoro. Uno sport povero di soldi, ma non di soddisfazioni. E adesso che, per professione, gestisco una quindicina di persone, capisco quanto mi abbia aiutato giocare a baseball”.

Cinquant’anni sulla carta d’identità (essendo nato a Bollate il 9 novembre del ’69), ma pochi lontano dai diamanti, perché dopo aver giocato fino a 40, Chiesa è stato ancora un paio di anni nello United come coach di Bonetti e poi si è dedicato un po’ alle giovanili. “Ma non è detto che qualche giorno possa tornare a dare una mano alla mia Senago, dove hanno certamente bisogno. E poi adesso mi sento in forma: sono a dieta dal primo settembre, ho perso 8 chili, voglio arrivare a pesare come quando giocavo. E poi magari torno in campo…”. Magari per rinverdire una carriera passata a fare il pendolare tra Senago, dove è cresciuto, e Bollate, dove ha giocato a più riprese, toccando anche la A1 nell’ultima apparizione bollatese ai massimi livelli nel 1990, prima di chiudere con l’esperienza dello United che gli fa incrociare anche la storia del Milano: un anno effettivo da prima base e capitano nella anomala coppia con Simone Spinosa nella prima stagione della fusione, poi due anni come coach di Piero Bonetti, ritagliandosi ancora un paio di presenze in campo.

Ma qual è il bilancio di questa tua lunga carriera?

“Sostanzialmente posso essere soddisfatto, perché tra Senago e Bollate mi sono divertito. Certo, il mio periodo migliore è legato al Bollate: nel Senago ho giocato tanti anni, ma il cuore della mia carriera l’ho vissuto con il Bollate che mi ha permesso anche di giocare a livelli superiori. Purtroppo ho fatto poca A1, anzi un anno solo, con il povero Guzman allenatore e con due grandi venezuelani come Munoz e Gomez, che poi ha giocato anche a Milano. Ecco, forse io in A1 ci sono arrivato un po’ presto, perché avevo appena vent’anni, e magari sarebbe stato meglio arrivarci più tardi. Mi resta il rammarico di non aver avuto più altre opportunità, perché quando io ero all’apice del mio rendimento qui in zona non c’erano più squadre di A1”.

Una costante per i giocatori della tua generazione. Ti sarebbe bastato arrivare qualche anno prima…

“Sì, è vero, non abbiamo avuto le opportunità di chi ha giocato prima di noi e soprattutto ci è mancata la possibilità di esprimerci con continuità a quei livelli. Peccato, però il bilancio resta positivo. Ho potuto vincere anche un Europeo con la Nazionale juniores nell’87”.

Come sei arrivato al baseball?

“Perché aveva cominciato a giocarci mio fratello, che tra l’altro è più giovane di me. Io l’ho seguito dopo qualche mese, ma, mentre lui ha smesso presto, io sono rimasto in campo fino a 40 anni. Ho iniziato a Senago a 11 anni, nel ’79-80, e piano piano questa passione ha coinvolto tutta la famiglia…”

A partire da tuo padre Mariett, un personaggio che poi è diventato familiare a tutti noi, un uomo a cui non si poteva non volere bene. E che alla fine è diventato lui stesso un personaggio del mondo del baseball.

“Sì, lui era un grande appassionato di ciclismo e sicuramente avrebbe preferito vedermi correre in bicicletta. Però poi si è avvicinato a questo gioco che non conosceva assolutamente e si è appassionato subito anche lui, tanto da farsi coinvolgere da protagonista, anche se fuori dal campo. E’ entrato nel cuore del Senago, aiutato sicuramente dall’ambiente che lo circondava. E quando ha chiuso la sua attività lavorativa con la trattoria, ha preso in gestione il bar al campo di Senago, continuando a cucinare, che era la sua passione”.

Tu hai vissuto anche i primi anni dell’avventura United. Che ricordo hai di quelle stagioni?

“Nel 2009 ho fatto la mia ultima stagione da giocatore, poi ne ho fatte due da coach di Bonetti. E devo dire che ho dei bei ricordi, anche se il primo anno della fusione le cose in campo non sono andate molto bene, anzi siamo retrocessi, salvo poi essere ripescati e l’anno dopo invece abbiamo fatto una grandissima stagione, arrivando ai playoff e vincendo la coppa Italia di A2”.

Certo, è bastato che smettessi di giocare tu…

“Vero. Forse è stata la mossa vincente… No, anche nel primo anno eravamo una squadra competitiva, creata assemblando due squadre ma eravamo tutta gente che si conosceva bene. Forse non siamo riusciti ad esprimerci bene, ma c’era anche un allenatore cubano che non era all’altezza e ci sono stati un po’ di pasticci. L’anno dopo, invece, con Bonetti e con Renny Duarte sul monte abbiamo fatto una splendida cavalcata”.

I tuoi anni migliore, dicevi, a Bollate…

“Certo, anni intensi, grandi partite. A partire dalla stagione di A1, in cui abbiamo giocato su tutti i campi più importanti d’Italia. A Bollate abbiamo sempre avuto una bella squadra e dopo abbiamo sempre giocato la A2 ad alti livelli”.

Ricordi il tuo debutto in serie A1?

“No, la partita esatta no. Però ricordo le sfide con le grandi di allora. I derby con il Milano che allora era fortissimo con i vari Bianchi, Manzini eccetera. Noi abbiamo preso un bel po’ di punti, ma nella partita dello straniero, con Munoz sul monte, ricordo che ce la siamo giocata. Anche se dall’altra parte c’era Lono. Poi ricordo una partita a Grosseto con Caio Mattielli che ha fatto un homer al grande Olsen e ha fatto il giro delle basi in dieci secondi, con il pugno al cielo… E poi ricordo quando abbiamo battuto il Rimini a Bollate”.

Insomma, anche se eravate una “piccola”, vi sieti tolti qualche soddisfazione anche con le “grandi”. Ed era un campionato a 16 squadre, cosa che oggi sembra improponibile…

“Ma io spero che finalmente facciano questo passo. Magari dividendolo in due fasi, ma non si può riproporre una A1 a 7 squadre come quest’anno. Non ha senso…. Devono riproporre prima o poi una soluzione come quella. E vedrai che anche le piccole squadre faranno qualche sgambetto. Non solo, ma è l’unico modo per far crescere i nostri giovani”.

La tua partita indimenticabile?

“Forse i playoff di serie B con il Senago contro il Piacenza. Ricordo che c’era Cameroni come allenatore a Senago e andammo alla quinta partita che vincemmo proprio a Piacenza conquistando la promozione in A2. Dal punto di vista personale invece potrei dirti un doppio incontro in serie B contro l’Ares in cui feci tre homer con un grande slam”.

E c’è anche una partita da dimenticare? O qualcosa che non rifaresti?

“No, sostanzialmente no. Forse mi viene in mente proprio una partita dell’ultimo anno in cui ho giocato con il SenagoMilano e feci un errore in prima base a Codogno che fu probabilmente determinante per la sconfitta. E noi ci stavamo giocando la salvezza…”

Chi è l’allenatore a cui devi di più?

“Sicuramente devo molto a Daniele Bortolomai, che è quello che mi ha fatto esordire in prima squadra. E devo ringraziarlo perché mi mise dentro un Senago importante, in un anno in cui giovano i vari Nicolini, Sergio Marazzi, Colciago… E poi devo dire Piero Bonetti, che arrivò dopo Bortolomai, e fu quello che mi diede la fiducia e la continuità. Quello, insomma, che mi ha fatto crescere”.

Da ragazzo avevi un idolo?

“C’erano due pitcher che mi piacevano molto: Colabello e Pagnozzi. Invece quando mio papà mi portava a vedere il Bollate mi piaceva molto Mario Gallo come interbase”.

Il compagno ideale?

“Tanti. A Bollate sono stato molto legato ai fratelli Leonesio, con cui c’è una forte amicizia. A Senago quelli con cui sono cresciuto: Stefano Basilico, Alfio Moia, Stefano Lusian. Anche se qualcuno adesso non c’è più e ha lasciato un grande vuoto…”.

La più bella soddisfazione che ti resta?

“Avere fatto uno sport di grande sacrificio per pura passione. Come tutti quelli che scelgono il nostro sport, senza essere condizionati dal denaro. E questo sport mi ha insegnato moltissimo anche per affrontare il lavoro: la leadership, la gestione dello stress, tutte cose che non ti insegna nessun corso”.

Il campo preferito?

“Bollate”.

La trasferta più bella?

“Grosseto”.

La squadra in cui avresti voluto giocare?

“Il Rimini con Mazzotti. Anzi, se mi avesse chiamato avrei vinto anche lo scudetto…”

Facciamo la squadra ideale dei tuoi compagni?

“Sì. Io faccio il dh così tolgo subito ogni problema. Allora cominciamo dagli esterni: a sinistra Basilico, sennò si offende…, al centro Realini e a destra il “Leone”, Davide Leonesio,  ma perché era un bel battitore. Interbase “Mezzo” Bortolomai, in terza Alfio Moia, in seconda dovrei mettere Carlos Porte, ma facciamo una squadra tutta italiana e allora dico Luca Leonesio, “Dente”, e in prima Roberto Testa. Catcher lui per forza: Caio Mattielli senza dubbio. E pitcher Munoz con Mauro Marazzi rilievo”.

Leone, Dente, Mezzo, tu invece eri Leeper… Perché?

“Perché avevo problemi alle ginocchia e me le fasciavo per giocare. E un giorno affrontiamo il Parma e scopriamo che anche loro hanno un americano tutto fasciato, David Leeper. Così da quel giorno, per prendermi in giro, sono diventato Leeper”.

Parliamo del Milano. Tu l’hai visto e affrontato parecchie volte. Faresti un Milano ideale?

“Beh, quelli più vecchi non li ho mai visti giocare… Io ti direi lanciatore Joel Lono, che è stato uno dei più grandi di sempre e forse non solo del Milano. Catcher Fraschetti, in prima Bianchi, in seconda Brusati, in terza Peonia, interbase Morrison. Esterni Guerci, Alex Neri e Allara”.

Il miglior pitcher italiano?

“Sono indeciso tra Cabalisti e Ceccaroli. Però non conosco bene quelli moderni”.

E quello che ti metteva più in difficoltà?

“Mariano Marchini, credo di non avergli mai fatto una valida. Aveva uno slider impressionante”.

Il miglior battitore?

“Roberto Bianchi, che è anche un caro amico. E che ha fatto il coach con me allo United un paio d’anni”.

Lo straniero che ti ha impressionato di più?

“In assoluto Olsen, di una categoria superiore. Come compagno Munoz. Che ho visto da vicino quando ho fatto il coach Renny Duarte”.

I tre personaggi simbolo del baseball italiano?

“Uno sicuramente è Bianchi, l’altro Bagialemani, il terzo forse Ceccaroli”.

C’è uno sportivo che ti piace al di fuori del baseball?

“Tifo Juve, per cui ti dico il grande capitano Alex Del Piero. Ed è nato il 9 novembre anche lui, come me”.

Dunque inutile chiederti una squadra per cui tifi negli altri sport.

“Assolutamente. E pensa che ho un figlio interista…”

Non gioca a baseball e non tifa Juve, un bel disastro per un papà. Nel baseball americano, invece, per chi tifi?

“Boston”.

E c’è un evento sportivo che ti ha emozionato in modo particolare?

“Preferirei evitare le finali di coppa dei Campioni, per ovvi motivi… No, per me l’evento sportivo clou sono le finali olimpiche dei 100 metri. Mi alzo anche di notte per non perderle: per me sono l’essenza dello sport”.

Chiudiamo con un messaggio?

“Certo. E il messaggio è per i ragazzi che hanno scelto il baseball, che rimane lo sport più bello del mondo. E ai ragazzi che giocano dico: qui non si guadagna, ma quello che si impara sul diamante vi resterà per sempre”.

Grazie Leeper, anche per questa battuta di saggezza.

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