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03

Nov
2019

Giancarlo Flocco, 60 anni in battuta sulla via Emilia

Compleanno speciale per il catcher parmigiano che ha giocato a Milano un solo anno, nel 1989, ma ha lasciato un grande ricordo di grinta e simpatia: "Ho giocato dalla Crocetta al Castenaso, da Modena a Reggio, ma ho il grande rimpianto di non aver mai giocato nella squadra in cui sono cresciuto, il Parma. Castelli il mio idolo, peccato non aver ereditato la sua maglia. A Milano una stagione indimenticabile: l'amicizia con Joel Lono, le risate con il massaggiatore, ma che dolore per la tragedia di Gaetano Gatto. Spero di essere ricordato con un sorriso".

Tra i tanti parmigiani approdati a Milano negli anni Ottanta, Giancarlo Flocco è stato uno degli ultimi in ordine cronologico ma uno dei primi in termini di simpatia e di carica agonistica. E oggi vogliamo festeggiare proprio questo catcher, spesso adattato anche in terza base, nato a Parma il 3 novembre del ’59 e che a Milano ha giocato una sola stagione, nemmeno tanto fortunata dal punto di vista dei risultati, il 1989, ma che in quella Bkv è stato sicuramente uno degli elementi più positivi. La storia agonistica di questo parmigiano è lunga quasi trent’anni e si snoda dalla Crocetta al Castenaso, dal Reggio al Modena, con quella parentesi appunto a Milano fatta di 32 presenze in rossoblù.
Ma Flocco e il baseball non si sono mai separati, perché dopo aver finito la carriera nelle serie minori andando abbondantemente oltre i 40 anni, Giancarlo ha anche lavorato molto da tecnico con le giovanili, tra Crocetta e  Oltretorrente. Finchè… “Finchè ho dovuto smettere l’anno scorso perché mentre lanciavo bp mi è venuto un gran mal di spalla e mi sono giocato il gomito: una tremenda epicondilite che non mi faceva più nemmeno girare gli spaghetti con la forchetta. E allora mi sono ritirato, anche se non ho ancora deciso definitivamente che cosa fare, perché tra due anni andrò finalmente in pensione e avrò ancora tempo da dedicare a questo sport che non ti esce mai dalla testa”.

Già, perchè oggi sono 60…
“Sì, non ti rendi conto e ci arrivi in un attimo, anche se io penso di averne sempre trenta… Però realizzi che il lavoro ti ha portato via un gran pezzo della tua vita e allora ti rimangono le aspirazioni, tante cose ancora da fare. E invece il tempo si accorcia… Sì diciamo che sono stati i miei primi 60 anni… D’altra parte io ho sempre lavorato, fin da giovane, e non ho fatto le scelte di altri che a un certo punto hanno pensato magari più a giocare. Per me invece il baseball è sempre stato un contorno, anche se un contorno importante, fatto seriamente”.

Tanto è vero che hai smesso di giocare molto tardi.
“Sì, ho finito con l’Oltretorrente, dove ero andato per aiutare Corradi come coach e poi per necessità mi sono ritrovato anche in campo. Ero un vecchietto in mezzo a tanti giovani, sembravo un marziano. Chissà cosa pensavano quei ragazzi a vedermi in campo con loro, però credo di di avergli trasmesso il mio entusiasmo. A me piaceva creare entusiasmo, dovunque andassi a giocare. Certo negli anni buoni sono stato anche un trascinatore, non un leader ovviamente, ma uno che trasmetteva grinta e voglia di giocare. Credo di averlo fatto anche a Milano, dove sono arrivato già a trent’anni e cominciavo ad accorgermi che era più il tempo che passavo in campo o in giro per il baseball di quello che passavo a casa. Però sono uno che ha sempre ritenuto importante l’allenamento fatto bene, anche se allora noi avevamo molte meno distrazioni di quelle che possono avere i ragazzi di oggi. Ai miei tempi chi non andava avanti con gli studi, lavorava e giocava. E basta”.

Nel tuo passato da giocatore tanta Crocetta, ma non solo…

“Sì, io ho cominciato in una squadra minore di Parma, la Montanara, che faceva baseball giovanile e dove era andato a giocare mio fratello. Poi sono passato al Parma Bc che in pratica era la seconda squadra della Bernazzoli e della Germal di allora. Sono cresciuto con davanti Castelli e Guzman nel mio ruolo, ma quando il Parma ha avuto bisogno di un terzo catcher, è andato a prendere Omiccioli, che arrivò da Milano proprio con Cherubini, e io mi sono ritrovato a Castenaso senza che nemmeno me lo spiegassero. Io con il Parma avevo giocato solo qualche amichevole, ai tempi di Iaschi, di Varriale, eccetera. Ma dall’82 in poi ho cominciato a girare: dopo il debutto in A1 a Castenaso sono passato al Sala Baganza e poi alla Crocetta, ma anche a Reggio Emilia, a Modena… Insomma mi chiamavano il giocatore della via Emilia. Ho avuto anche un’opportunità di andare al Lodi, ma Notari bloccò l’operazione perché pretendeva troppo per il mio cartellino”.

Perché tu cambiavi squadra continuamente, ma il tuo cartellino è sempre rimasto del Parma?
“Sì, l’hanno sempre tenuto gelosamente… me l’hanno lasciato solo a fine carriera. E io non ho mai potuto giocare nella squadra per cui ero cartellinato. Purtroppo”.

Un rapporto di amore-odio con il Parma…
“Sì, ma sai, io ero uno un po’ spigoloso di carattere. E poi probabilmente ho pagato per tutta la carriera quell’episodio con il presidente mondiale”.

Addirittura…
“Sì, parlo di Notari, ovviamente, che allora, oltre ad essere il presidente del Parma,  era una potenza nel baseball italiano e non solo. Io quando giocavo a Castenaso continuavo ad allenarmi a Parma, finchè un giorno mi ha visto lui e mi ha mandato via, perché diceva che ero di un’altra squadra e non potevo stare con i giocatori del Parma. E io l’ho proprio mandato a quel paese…”

Torniamo al Milano. Che ricordo hai di quella stagione?
“Mi sono divertito tantissimo. Perché era un gruppo che aveva un grande entusiasmo, con i vari Guerci, Neri, Allara e poi gli americani, Lono e Richardi. Quando venivo a Milano, io dormivo da loro. Beh, dormivo per modo di dire, perché loro erano sempre svegli… Con Lono poi è nata subito una bella amicizia, ai tempi aveva una fidanzata di Merano e ricordo che siamo andati tante volte in gita là in Alto Adige … Purtroppo di quell’anno ricordo anche il tragico incidente aereo di Cuba che ci portò via Gaetano Gatto, una cosa che ci aveva segnato tutti profondamente. Lui era il terzo catcher, si allenava sempre con me e Fraschetti, un ragazzo un po’ timido ma che mi piaceva molto. Ricordo di aver parlato con i suoi genitori disperati… che brutto momento. E poi mi viene in mente un personaggio divertentissimo, il massaggiatore che non ricordo come si chiamava (Campanella, ndr): parlava sempre in milanese e ti massaggiava con delle pomate tremende che ti bruciavano la pelle…”.

Insomma, nonostante i risultati, una bella stagione…
“Sì, non so se sono riuscito a trasmettere entusiasmo anch’io. So che Mazzotti mi avrebbe voluto tenere anche l’anno seguente, ma a me pesava essere sempre in trasferta. Spesso viaggiavo in moto per evitare le code in autostrada. Ma ricordo una volta che giocavamo a San Marino e io sono arrivato al campo alle nove meno cinque dopo aver lottato da Parma a Rimini con il traffico del weekend. E mentre entravo al campo pensavo che ovviamente non mi avrebbero fatto giocare: e invece entro nel dugout, guardo il line-up e vedo che ci sono anch’io. Non me lo sono mai dimenticato”.

Così però ti sei perso il primo anno della Mediolanum…
“Sì mi sono perso Berlusconi e magari mi sono perso un po’ di soldoni… Scherzo, ma magari avrei avuto bisogno, visto che con l’ingaggio dell’anno prima mi sono dovuto comprare la macchina che non ce la faceva più”.

Ricordi il tuo debutto in A1?
“Sicuramente con il Castenaso ma non ricordo la partita. Ricordo però una delle prime di quella stagione in cui giocavamo contro il Parma ed eravamo sotto 1-0. Finchè loro cambiarono pitcher e misero sul monte Sassi che era proprio alla partita di esordio. E io, che ero stato il suo catcher per anni nelle giovanili, al primo lancio gliela butto di fuori e andiamo sul 3-1. Povero Aldo, io non mi ricordo la partita di esordio, ma lui se la ricorda certamente…”

C’è un allenatore a cui devi più di altri?
“Senz’altro Pierino Ferraguti alla Crocetta. Lui era un allenatore di serie B, aveva una gestione dura dei giocatori. Era autoritario, spigoloso, agiva  sul carattere di ognuno di noi e ne ha distrutti tanti, ma io invece mi trovavo bene con lui, mi piaceva come sapeva sempre difendere la squadra, spiegava bene le cose, quello che dovevamo fare. A me personalmente ha dato tanto. Poi ho avuto Rizzi alla Crocetta, diverso da Ferraguti, ma importante per come sapeva fare gruppo, che nel baseball è fondamentale”.

Da ragazzo avevi un idolo?
“Castelli, inevitabile. Era un vero leader, anche se era un uomo chiuso, silenzioso. Però per noi ragazzi , che ai tempi non vedevamo le Major league, Castelli era il baseball. E io mi sono sempre rifatto a lui come modello. Ho avuto solo il cruccio di non essere riuscito a sostituirlo nel Parma. Pensa che ho giocato tutta la mia carriera con una vecchia maschera che era stata di Castelli, l’ho tenuta come una reliquia. Anche a Milano giocavo con quella: se vai a vedere le vecchie foto, un po’ malridotta ma leggerissima. La usavo anche quando non era più regolamentare, ma a me piaceva così, leggera, e appena potevo me la toglievo. Adesso i catcher vedo che non se la levano mai, ma come fai a vedere bene con quella cosa davanti agli occhi?”

Il tuo compagno ideale?
“Mah forse i pitcher perché dovevo avere più affiatamento. Con Fabio Betto, per esempio, che ho avuto in squadra giovanissimo a Reggio Emilia. O con lo stesso Joel Lono, che lanciava spesso con me a Milano e poi ho frequentato quando è venuto a Parma. Ma diciamo che soprattutto nel mio cuore sono rimasti i vecchi compagni del Parma Bc, quelli con cui avevamo vinto tre campionati di A2 senza poter salire. Anche dei giocatori di Milano ho bei ricordi anche se non li ho più frequentati, certo mi fa piacere quando incontro ancora Guerci, Pasotto, Fraschetti…”

La più bella soddisfazione?
“Una consolazione minima, se vuoi, ma quella di essere stato considerato un buon giocatore in tutte le squadre in cui sono stato Che nello stesso tempo è il cruccio per non aver mai giocato nel Parma. E poi mi piaceva quando qualche ragazzino si avvicinava per toccarmi il braccio dopo che mi aveva visto fare qualche out in seconda…”

Il campo preferito?
“L’Europeo di Parma. Ci ho giocato fin da bambino quando non aveva ancora le tribune”.

La trasferta più bella?
“Ad Anzio, perché c’era il mare e si andava sempre in un bellissimo albergo”.

A parte il Parma, c’è un’altra squadra in cui avresti voluto giocare?
“Nel Rimini di quegli anni. Ricordo che c’era stato anche un contatto, ma poi ci andò Gradali. Anche perché io ho sempre preferito mettere il lavoro davanti a tutto”.

Facciamo la formazione ideale dei tuoi compagni?
“Joel Lono sul monte, Gigi Peracca in prima, Alex Neri in seconda, perché quell’anno a Milano aveva fatto una grande stagione in quel ruolo, in terza Vecchi con cui ho giocato a Reggio Emilia ed era uno che difendeva molto bene l’angolo, mentre interbase metto Glen Baggerly, un americano con cui ho giocato a Castenaso. Esterno sinistro Biagiotti, velocissimo, al centro Fulvio Fabbi e a destra Vanti, mancino del Castenaso. Catcher ovviamente giocherei io. Una buona squadra che potrebbe ancora fare una buonissima A2”.

Il miglior pitcher italiano?
“Manzini dei tempi buoni. Ma anche Mari o Ceccaroli”.

E il pitcher straniero?               
“Mike Romano faceva sempre paura. E poi Joel Lono e Pagnozzi che ho ricevuto in allenamento con la Crocetta”.

Il miglior battitore?
“Se la giocano Castelli, Bianchi e Manzini che era una bestia anche con la mazza. Ricordo che da bambini, avremo avuto dieci anni, ci portarono a fare un torneo in una base Nato a Napoli e lui la cacciò fuori un paio di volte. Tanto che gli americani vollero vedere la carta d’identità per capire se aveva l’età richiesta”.

E lo straniero?
“Ricordo un prima base del Nettuno, Laribee, che a Castenaso ci fece tre homer… E poi Funderburk del Rimini. E Bob Roman… Ma alla fine il migliore era sempre Castelli, batteva tutto e non aveva punti deboli”.

I tre personaggi simbolo del baseball italiano?
“Claudio Corradi, capace, preparato, avrebbe meritato una carriera molto migliore come allenatore. Mauro Mazzotti, molto qualificato a tutti i livelli, forse avrebbe dovuto fare il dirigente qualche anno prima. E Aldo Notari, nonostante tutto, perché lui era veramente di un altro livello e non arrivi dove è arrivato lui se non si hanno certe qualità”.

Lo sportivo che ti piace fuori dal baseball?
“Cristiano Ronaldo come giocatore, anche se si atteggia molto e non mi è simpatico. Però è di una professionalità straordinaria. Un egoista come devono esserlo i grandi campioni, come i Gigi Riva, i Boninsegna. Come lo sono i grandi lanciatori”.

La squadra per cui tifi negli altri sport?
“Per campanilismo dovrei dirti il Parma calcio. Ma io tifo per chi gioca meglio, anche se magari non vince”.

E nel baseball Usa?
“Gli Yankees ma non so perché.   Sarà per la leggenda, Babe Ruth, Joe Di Maggio, Lou Gehrig…”

L’evento sportivo che ti ha emozionato di più?
“Tanti. L’ultimo è stata la semifinale del Mondiale di rugby dell’altra settimana tra All Blacks e Inghilterra. Che partita… per lo stadio, l’ambiente, la grande correttezza. Ecco, il rugby è uno sport che mi piace molto, più del football americano”.

Chiudiamo con un messaggio per i nostri lettori milanesi?
“Certo. Ricordo gli amici di Milano con allegria come spero che loro si ricordino di me. Tutti dicevano che io ero uno un po’  leggero, che ero un burlone, ma sono contento di questo. Voglio che dove ho giocato, quando sentono il mio nome, mi ricordino con il sorriso”.

 

Sulla nostra pagina facebook la fotogallery: https://www.facebook.com/milanobaseball/photos/pcb.1778994152244370/1778990268911425/?type=3&theater

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