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13

Ott
2019

Torchio, 40 anni con lo sport nel sangue

Da grande speranza del baseball al motociclismo, al tennis tavolo, Sandro Torchio ha sempre lo sport nel motore: “Li seguo tutti e continuo a farlo, certo il monte di lancio resta il mio primo amore. Il più bel ricordo le finali vinte con il San Marino per andare in A1. Che squadra quel Milano: Guerci, Neri e Pasotto i miei idoli da ragazzo. Ma che sicurezza Peonia e Fraschetti... peccato per l’infortunio che mi ha fatto smettere. Che soddisfazione i titoli dei giornali e il milione del Codogno. Passarotto, Cameroni e Allara i miei simboli del baseball. Ma devo tutto a Lele Crippa e Paganelli”.

Dal baseball ai droni. Sandro Torchio festeggia i 40 anni volando alto. Uno dei giovani talenti più interessanti degli anni Novanta, un pitcher sempre sulla rampa di lancio, ma con una carriera troppo corta. Come tanti che hanno avuto un bagliore nella lunga storia del Milano ma poi non hanno potuto mantenere le promesse. Peccato, perché le potenzialità di questo ragazzo avrebbero meritato una storia più lunga, ma purtroppo qualche guaio fisico e i guai societari del Milano di quegli anni alla fine l’hanno penalizzato.

Adesso Sandro Torchio si occupa di droni, ha un’attività per l’applicazione di questi strumenti a livello industriale e commerciale, ma continua a fare sport, dal baseball è approdato al tennis tavolo, passando per il motociclismo. “Ma il baseball mi è rimasto dentro, seguo la Major league, ne parlo spesso. Posso dire che non passi giorno senza che pensi al baseball, magari solo per quei dolorini che ogni tanto mi prendono la spalla...”

Cinque stagioni in rossoblu, il debutto a 17 anni in A2, buttato nella mischia da Paolo Re che crede subito in questo ragazzo, forse perché un po’ lo ricorda nel fisico e nel temperamento. E Sandro non tradisce le attese, si prende presto un posto da titolare, gioca la sua miglior stagione da partente nell’anno della promozione in A1, l’ultima della storia del Milano nell’ormai lontano 1997. Torchio ha 18 anni ma non guarda in faccia nessuno. Sembra le premessa per una grande carriera, per qualche anno rispetta le attese, poi a poco a poco esce dai radar del baseball.

“Sì, ho smesso a 27 anni, giocando nell’Ares in serie B. Ma ormai avevo troppi problemi alla spalla per continuare. Se lanciavo avevo bisogno di tanto tempo per recuperare, ho provato a riciclarmi un po’ in seconda base, ma ormai non giocavo più ad alti livelli e non avevo più gli stimoli necessari. E poi avevo cominciato a correre in moto, cosa che mi portava via parecchio tempo... Ma non ho mai smesso di fare sport, adesso gioco a tennis tavolo, a ping pong, in una società di Milano, il Bonacossa. Facciamo la serie B”.

Del baseball dunque ti restano tanti bei ricordi...

“Certo, nel bene e nel male. Forse quello che li sintetizza tutti è un episodio legato alla Nazionale juniores, quando ebbi un diverbio con il manager Fanara che aveva deciso di non farmi giocare una partita in cui mi aspettavo di lanciare, e allora lasciai il ritiro per tornarmene a Milano a giocare il derby di serie A2 a cui tenevo molto. E ricordo che lanciai una delle mie partite più belle con 7 inning di perfect game contro il Bollate e solo un paio di valide prese nel finale”.

Ti ricordi il tuo debutto in prima squadra?

“Sì, disastroso. Entrai da rilievo ma non ricordo onestamente contro quale squadra e presi subito un homer dal loro straniero che chiuse la partita per manifesta”.

E la tua partita indimenticabile?

“Direi le finali dei playoff di A2 contro il San Marino. Io vinsi la prima e poi fui ancora il lanciatore vincente di quella decisiva, guidato alla grande da un catcher come Fraschetti e nonostante un line-drive preso sulla caviglia al primo inning. Ma quel Milano era veramente una grande squadra, ho avuto la fortuna di giocare con gente come Guerci, Neri, Pasotto, ho fatto in tempo a giocare con Peonia in terza base, avevo una difesa che mi dava tranquillità su ogni lancio. Poi è arrivata anche l’esperienza in A1 con Sheldon, Newman, mi ricordo un esterno americano, Miller, poi Simone Neri e gli altri pitcher, da Cappelleri a Piazzi... Insomma posso dire di avere avuto una carriera breve ma positiva. La cosa che mi fa piacere ancora adesso sono due titoli di giornale che ho conservato: uno dice “L’uomo dal braccio d’oro” e l’altro “Il bimbo che mette gli adulti sotto Torchio”. Insomma, anche avere un giornale che titola su di te resta una bella soddisfazione”.

L’allenatore a cui devi di più?

“Te ne direi due. Il primo è Daniele Crippa, che ho avuto nel settore giovanile, negli Sparks, e che oltre ad insegnare baseball ti insegnava a stare al mondo: per lui la prima regola era saper stare in gruppo. E il secondo è Ennio Paganelli che praticamente è stato il mio pitching coach per tutta la carriera ed è quello che mi ha insegnato tutto. Ho avuto un anno anche Mazzotti come manager, ma sinceramente lui si occupava della squadra in generale, il mio riferimento era sempre Ennio come pitching coach”.

Da ragazzo avevi un idolo?

“Sì direi che mi hanno sempre trascinato Ivan Guerci, Alex Neri e Raoul Pasotto. In quegli anni, per noi ragazzi, gli esempi erano loro. Anche se ricordo che tutti parlavano di Allara come un mito”.

Ma tu come sei arrivato al baseball?

“Sulle orme di mio fratello Gianni, che aveva iniziato perché ci giocava un nostro vicino di casa. E a 7 anni ho iniziato anch’io, pur avendo tutti gli amici che giocavano a calcio”.

Il tuo compagno ideale?

“Da piccolo Gianluca Albertari e Matteo Veronelli, due amici che ogni tanto vedo ancora. Da grande Marco Mazzetti e Francesco Baldi, un altro che ogni tanto vedo per motivi di lavoro. Albertari è stato il mio primo catcher, ma nelle giovanili ricordo di aver lanciato molto anche con Lorenzo Selmi. Poi ho avuto un grande affiatamento con Anedda, uno che si impegnava molto e stava crescendo sotto l’ala di Fraschetti”.

La più grande soddisfazione che ti è rimasta?

“Sicuramente la promozione dalla A2 alla A1 a livello di squadra. E poi a livello individuale, l’offerta di un milione, purtroppo parliamo ancora di lire..., che mi fece il Codogno per andare a giocare da loro quando il Milano rinunciò alla prima serie. Ricordo che in quel momento mi cercarono anche parecchie squadre di A1 tra cui il Parma e il Bologna, ma preferii Codogno per restare vicino a casa. E furono due anni bellissimi, in un bell’ambiente. Sempre a livello individuale un’altra bella soddisfazione fu quando, ai tempi della fusione Milano-Ares, andai a incontrare Elio e Faso che volevano farmi tornare a Milano. E mi ricevettero in un baretto dove tutti entravano e li riconoscevano, ma la gente non capiva chi fossi io e cosa c’entrassi con i due cantanti...”.

E la maggior delusione?

“L’infortunio. Perché avrei voluto continuare a giocare”.

Il campo preferito?

“Il Kennedy senza dubbio. Perché era uno stadio ideale. Poi io ci sono arrivato direttamente dal Giuriati nuovo, senza nemmeno passare dal Saini. Pensa che salto... E le partite in notturna ti facevano innamorare di quel campo”.

La trasferta più bella?

“Ne ricordo una a Ustica, in un albergo che aveva anche un acquario con dentro astici e aragoste. E ricordo che siccome ero un rookie, mi fecero uno scherzo mettendomi un astice legato sotto il cuscino...”.

La squadra in cui avresti voluto giocare?

“Sempre nel Milano. Perché in Nazionale juniores avevo conosciuto parecchi ragazzi di Parma e di Nettuno ma non mi trovavo molto...”.

Allora facciamo la squadra ideale dei tuoi ex compagni.

“Certo. Io ovviamente lancio e per affiatamento dovrei mettere Anedda catcher. Però se dobbiamo fare una All star devo scegliere Fraschetti. In prima Guerci, in seconda Spinosa, in terza Peonia, interbase Sheldon, esterno destro Raoul Pasotto, al centro Alex Neri e a sinistra Simone Pinazzi che era un gran giocatore e soprattutto faceva squadra. Però posso fare anche la squadra di quelli con cui mi sarei proprio divertito a giocare?”

Concesso.

"Allora io e Gianluca Albertari in batteria, Ivan VGuerci in prima, Matteo Veronelli in seconda, Lino Capuozzo in terza, Francesco Banfi interbase, Alessandro Moroni a sinistra, Marco Mazzetti al centro, Fabio Testra a destra, Alessandro Neri designato. Francesco Baldi rilievo. Daiele Crippa manager, Ennio Paganelli pitching coach"..

Il battitore che ti metteva più in difficoltà?

“Direi quello che mi faceva paura: Bianchi. Per fortuna sono riuscito a limitare i danni”.

I tre personaggi simbolo del baseball italiano?

“Ti dirò i simboli del mio baseball, tre che ho avuto la fortuna di conoscere: Passarotto, che mi ha anche allenato, Cameroni e Allara, per il senso di attaccamento alla maglia”.

Lo sportivo che ti piace fuori dal baseball?

“Io sono stato super tifoso di Valentino Rossi. Adesso invece, sembrerà banale, ma mi piace molto Leclerc, per il suo atteggiamento nonostante la giovane età “.

Tifi per qualche squadra fuori dal baseball?

“Sì. Sono gobbo... e non mi lamento”.

E la squadra del baseball Usa?

“San Francisco. Anche se sono cresciuto con il mito degli Yankees”.

Segui molto lo sport...

“Sì lo seguo tutto. L’altra sera per esempio ho visto il fantastico bronzo delle nostre ragazze ai Mondiali di ginnastica. L’unica cosa che non riesco a vedere da solo sono le partite di calcio: ci sono troppe cose che non sopporto nei calciatori”.

L’evento sportivo più emozionante?

“Le vittorie degli italiani al motomondiale. Quelle recenti di Dovizioso su Marquez e di Petrucci al Mugello, fantastica”.

Questo ovviamente per i tuoi trascorsi motociclistici. Fino a che livelli se arrivato?

“Ho fatto dei campionati italiani 125 e 600”.

Chiudiamo con un messaggio a chi ci legge.

“Vorrei mandare un augurio ai ragazzini che cominciano a giocare adesso, come mio nipote che ha sei anni e ha fatto i primi allenamenti con l’Ares: l’augurio di trovare le persone giuste al momento giusto, come lo sono state per me Lele Crippa ed Ennio Paganelli. Puoi essere anche fortissimo, ma se non trovi le persone giuste non vai da nessuna parte”.

 

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